• 13/07/2010

    Il Mondo che ci circonda nº 921

    Da lunedí 5 luglio, la Comissione formata dagli indios Karajá e Kanela tenta fissare una riunione col presidente della Funai, Márcio Meira. L’obiettivo dell’incontro é discutere i cambiamenti promossi dal Decreto nº 7.056/09.

     

    Leaderes Terena, della Terra Indígena Cachoeirinha, nel Mato Grosso do Sul, hanno spedito un documento al Pubblico Ministero Federale dello stato, denunciando le aggressioni e le minacce di morte che soffrono da quando hanno rioccupato parte del loro territorio tradizionale.

     

    Una Comissione di indios Karajá e Kanela tenta, in vano, d’incontrare il presidente della Funai

     

    Da lunedí 5 luglio una comissione formata da 12 indios dei popoli Karajá e Kanela dell’Araguaia si trova a Brasilia per incontrare il presidente della Fundazione Nacionale dell’Indio (Funai), Márcio Meira. Il gruppo intende trattare del Decreto 7.056/09 che definisce la ristrutturazione dell’organo. I Karajá vivono nell’isola del Bananal, nello stato del Tocantins e i Kanela dell’Araguaia nella regione di São Félix do Araguaia, nello stato del Mato Grosso.

     

    Il viaggio alla capitale ha anche come obiettivo raccontare alla Funai circa i diversi problemi affrontati dalle comunitá indigene dopo i cambiamenti provocati dal decreto, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza offerta dall’organo. Prima del Decreto, i servizi erano offerti dall’Amministrazione Regionale di Araguaia, sita nella cittá di São Félix, responsabile anche per l’assistenza ai popoli indigeni della regione dell’Isola del Bananal. Peró, giá dall’anno scorso, quando il presidente della Repubblica ha firmato il Decreto, l’assistenza é stata sospesa.

     

    Le amministrazioni regionali, secondo il Decreto, saranno estinte ed, al loro posto, saranno create delle Coordinazioni Regionali. Il gruppo di indios reclama che la coordinatoria che sará responsabile dei servizi nella regione, con sede in Palmas, stato del Tocantins, dovrá anche assistere comunitá indigene di altri 28 comuni. Gli indios affermano che "l’attuazione sará impossibile perché questa coordinazione non riuscirá ad assistere un cosí numeroso gruppo di persone. Oltretutto, i comuni sono molto distanti l’uno dall’altro".

     

    João Werreriá, del popolo Karajá, afferma che "dopo questo Decreto, vari indios sono morti per mancanza d’assistenza, a causa dell’alcolismo e di altri problemi che affliggono la nostra comunitá. Non abbiamo nessuna fonte di rendita e nessun progetto agricolo".

     

    Sempre secondo i leaderes indigeni, l’estinzione dell’amministrazione regionale ha favorito una serie di invasioni nella regione dell’Isola del Bananal. Gli invasori entrano nell’area indigena per pescare di frodo e vendere il pesce, le tartarughe ed altri nimali catturati nella regione.

     

    Il gruppo di leaderes indigeni che si trova alla capitale é venuto ad esigere dall’organo federale una risposta al fatto che, da sei mesi, i tecnici della Funai non lavorano piú nella regione. Il rappresentante del popolo Kanela, Lenimar Werreriá, che é presidente dell’Associação Wyky Iny Mahadu, del Villaggio JK. ha dichiarato: "noi vogliamo che risolvino la situazione, perché ci sono in gioco vite umane"!

     

    I leaderes criticano anche il processo di costruzione e approvazione del Decreto. "Il processo é ripieno di errori, perché i popoli indigeni non sono stati consultati, non sono stati effettuati gli studi necessari per cambiare le amministrazioni in coordinazioni. Edmilson Moreira Karajá afferma che "tutto il processo che ha portato al Decreto é stato realizzato dall’alto, dimostrando una totale mancanza di considerazione del presidente della Repubblica con i popoli indigeni".

     

    Incontro in São Félix

     

    Mentre il gruppo che si trova alla capitale non riesce ad incontrare il presidente della Funai ed é accolto molto male dai funzionari dell’organo, la segretaria del presidente Márcio Meira informa che lui si riunirá, il giorno 9 (domani), con Monsignor Pedro Casaldáliga, in São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso.

     

    Leaderes Terena denunciano agressioni subite al Pubblico Ministero Federale del Mato Grosso do Sul.

     

    Nel mese di giugno scorso, leaderes indigeni del popolo Terena dell’Area Indigena Cachoeirinha, municipio di Miranda, hanno spedito un documento al Pubblico Ministero Federale del Mato Grosso do Sul, denunciando le incalcolabili aggressioni delle quali sono vittime gli indios dal giorno in cui hanno rioccupato parte della loro area conosciuta come Tumuné Kalivono, avvenuta il 22 di ottobre del 2009.

     

    I leaderes indigeni affermano che "a partire dalla loro espulsione effettuata dalla Polizia Federale de da quella Militare dello stato del Mato Grosso do Sul, siamo stati vittime di una serie di minacce ed intimidazioni promosse da varie persone che abitano nella cittá di Miranda".

     

    Tra le aggressioni denunciate, gli índios enumerano quelle di degradazione del teritorio tradizionale, come il taglio di legname della riserva forestale protetta sita nell’area rivendicata dalla comunitá indigena, ed anche imboscate ed attacchi agli indios.

     

    Il 16 giugno, Lindomar Terena e Germano Terena, mentre circolavano nel centro della cittá in moto, sono stati avvicinati ed inseguiti in moto da un abitante della regione che ha tentato, varie volte, di investirli.

     

    Sono diverse le situazioni di discriminazione e umilizione delle quali sono stati vittime gli indios Terena che vivono nella cittá di Miranda. Dal giorno dell’espulsione del gruppo di Tumuné Kalivono, la comunitá é costantemente minacciata ed aggedita verbalmente ed in modo volgare. 

     

    Secondo i leaderes indigeni, nel giorno che sono stati espulsi é stato firmato un accordo tra loro ed il latifondista che si dice proprietário dell’area, che lo stesso devolverebbe gli oggetti di proprietá degli indios rimasti nell’accampamento durante l’espulsione. "Il latifondista disse che avrebbe lasciato le nostre cose all’entrata della fattoria.

     

    Sono giá trascorsi parecchi giorni, ma non abbiamo riavuto le nostre cose. Siamo stati semplicemente informati che non riavremo i nostri cavalli, le mucche, fornelli e documenti".

     

    Secondo i leaderes indigeni, le azioni promosse dalla Polizia e del latifondista sono strategie che mirano ad intimidire la comunitá. Queste azioni hanno compromesso la tranquillitá e l’integritá física degli indios. Loro chiedono che siano prese provvidenze per appurare i fatti criminali commessi contro gli índios e che siano coibite le minacce a loro rivolte.

    Read More
  • 13/07/2010

    Il Mondo che ci circonda nº 920

    Cimi incontra indios Tupinambá incarcerati nello stato della Bahia

     

    Membri del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi) hanno visitato, la scorsa settimana, tre importanti leaderes del popolo Tupinambá, detenuti nelle prigioni della Bahia.

     

    Paulo Machado Guimarães, avvocato del CIMI, assieme al Dr. Valdir Mesquita, avvocato contrattato dalla famiglia degli índios detenuti, hanno potuto incontrare i fratelli Rosivaldo Ferreira da Silva, conosciuto come capo villaggio Babau, e Gilvado de Jesus. 

     

    Nel pomeriggio di domenica 27 giugno, Saulo Feitosa, secondo secretario del Cimi, Haroldo, Genário e Eduardo, membri del Cimi nello stato della Bahia, sono stati nella prigione della cittá di Jiquié per visitare Glicéria Tupinambá e Eruthawã, suo figlio di appena due mesi di vita.

     

    Una settimana seza notizie

     

    Babau é detenuto dal 10 marzo, quando é stato arrestato nella sua casa, nella comunitá di Serra do Padeiro, comune di Buerarema, nel sud della Bahia. La prigione é stata effettuata alle 2 e mezza del mattino da poliziotti federali. Givaldo é in prigione da aprile, arrestato di fronte all’ufficina mentre lasciava l’auto per essere riparata.

     

    I due si trovavano nella caserma della Polizia Federale di Mossoró (Rio Grande do Norte), da dove sono usciti il 18 giugno per essere portati alla caserma della Polizia Federale di Ilhéus, con scalo nella caserma della Polizia Federale di Salvador. Da allora, i loro famigliari e gli amici non sapevano dove erano stati portati. Il giorno 25, Paulo Guimarães é stato informato da agenti della Polizia Federale di Salvador che i due non si trovavano nella loro caserma. Non avendoli trovati, l’avvocato del CIMI ha telefonato al procuratore generale della Funai, Antônio Salmeirão, che affermó di sapere che i due fratelli si trovavano detenuti nel carcere di Salvador.

     

    Il giorno 26, Guimarães ha percorso tutta la prigione della capitale senza incontrarli. Solamente due giorni dopo, attraverso le informazioni dell’india Patrícia Rodrigues dos Santos, del popolo Pataxó Hã Hã Hãe, si seppe che Babau e Gil si trovavano reclusi nella prigione di Itabuna giá dal giorno 21 di giugno. L’informazine é stata ottenuta dopo aver contattato il superintendente del sistema carcerario della Segreteria di Giustizia, Cittadinanza e Diritti Umani dello stato della Bahia, Isidoro Orge Rodriguez, che non trovó informazioni dei due indios neppure nel sistema della Compagnia di Processamento di Dati della Bahia (Prodeb), dove si trovano tutti i registri di tutti i detenuti nello stato.

     

    Rodriguez ha allora telefonato per il superintendente regionale della Polizia Federale che gli ha riferito che i due índios erano stati trasferiti nella prigione di Itabuna da agenti della Poliziaa Federale di Ilhéus.

     

    La mattina del 28, gli avvocati Guimarães e Mesquita hanno costatato che nel processo che decretó la prigione di Babau e Gil non constava alcuna informazione circa il luogo dove sarebbero stati portati. I due sono rimasti una settimana detenuti senza che i loro avvocati, famigliari e la loro comunitá sapessero dove stavano. Solo il giudice di Buerarema, la Polizia Federale ed il direttore della prigione di Itabuna sapevano dove i due indios si trovavano.

     

    Con questa informazione, Guimarães e Mesquita sono finalmente riusciti, il 28, a raggiungere il carcere e potuto incontrare i due fratelli. Secondo gli avvocati, i due stavano bene, nonstante le successive irregolaritá e viaggi ai quali sono stati sottoposti dal momento del loro arresto. Durante l’incontro, i due avvocati hanno saputo circa la decisione del giudice Rodriguez, che determinó il trasferimento dei due indios, per motivi di sicurezza, da Itabuna al Centro d’Osservazione Penale (COPE), nella prigione Lemos de Brito, in Salvador.

     

    La mattina del 29, Babau e Gil sono stati trasferiti a Salvador, dove arrivarono alle ore 18. prima della trasferta, i due fratelli hanno potuto vedere la mamma e la sorella. 

     

    Quasi un mese nella prigione di Jiquié

     

    "Siamo arrivati ed abbiamo trovato Glicéria in buone condizioni, piú serena e meno afflitta che nella settimana precedente, quando ricevette la visita di una nipote", afferma Saulo Feitosa circa l’impressione che ha avuto ad incontrare Glicéria Tupinambá, settimana scorsa. Saulo ed altri membri del Cimi dell’equipe di Itabuna, sono stati nella prigione di Jiquié dove Glicéria e suo figlio Eruthawã sono detenuti dal giorno 3 di giugno.

     

    L’ambiente dove Saulo ha potuto parlare con Glicéria era molto differente da quello della prigione di sicurezza massima, in Mossoró, dove incontró Gil e Babau. "Abbiamo potuto parlare in un ambiente tranquillo, solo io e lei", ha detto Saulo. Glicéria ha dimostrato d’essere contenta e motivata a continuare la lotta per la demarcazione della terra tradizionale della sua comunitá.

     

    L’unico reclamo fatto da Glicéria é che non puó dormire con suo figlio e che questo gli ha causato problemi per l’allattamento. Dice che la situazione é migliorata, perché é stata trasferita in un cella con solo quatro detenute. Prima si trovava in una cella dove erano in 9.

     

    Prossimo passo

     

    Si aspetta, adesso, l’apprezzamento dell’habeas corpus presentato dalla Funai ed un altro che sará appresentato dall’avvocato del Cimi. Oltre a questo si attende, la prosima settimana, la decisione del giudice di Buerarema circa la richiesta di trasferire gli arresti cautelari di Glicéria dalla Presídio di Jiquié al suo villaggio.

    Read More
  • 12/07/2010

    Nota de solidariedade da CNBB ao Ir. Paul MC Auley e ao povos da Amazônia Peruana

     

    Com o Ir. Paul Mc Auley Lassalista, com a Igreja e os Povos da Amazônia Peruana

     

     

    A Comissão Episcopal para a Amazônia manifesta sua solidariedade e apoio ao Ir. Paul Michael John Thomas Mc Auley, da congregação La Salle, penalizado pelo governo peruano com o cancelamento de sua permanência no país sob alegação de ter participado em manifestações populares, promovidas por movimentos sociais do Peru contrários às políticas sócio-ambientais que favorecem os interesses do grande capital. 

     

    Ir. Paul reside no Peru há 20 anos e, atualmente, é presidente da Rede Ambiental Loretana – RAL, com sede em Iquito, Loreto. O trabalho da RAL tem como objetivo informar e educar para promoção de uma consciência e justiça sócio-ambiental, reforçando o conhecimento das populações tradicionais na valorização dos recursos naturais, promovendo a sustentabilidade das comunidades rurais e indígenas, propondo alternativas.

     

     Reafirmamos o que nós, bispos latinoamericanos, na V Conferência Episcopal do CELAM, em Aparecida, Brasil (2007) dissemos. Temos a responsabilidade histórica de “criar consciência nas Américas sobre a importância da Amazônia para toda a humanidade”. E não só nas Américas, mas também em todo o mundo, por ser a Amazônia fundamental para o equilíbrio sistêmico do planeta.

     

    A Amazônia peruana, como toda a região amazônica continental, é alvo de interesses de grandes empresas multinacionais petrolíferas, minerais, madeireiras e outras, e está nos planos de construção de grandes projetos, como hidrovias e estradas para facilitar o acesso dessas empresas aos recursos naturais. Tais grupos econômicos, apoiados pelos governos – nesse caso, pelo governo Peruano-, querem consolidar seus empreendimentos a qualquer custo. Esta é uma das razões pelas quais vários conflitos vêm ocorrendo, inclusive com massacres de indígenas e ribeirinhos. Só lembrar, por exemplo, o terrível massacre dos indígenas Awahum e Wampis em Bagua-Peru (Jun/2009) por opor-se a invasão das petroleiras em seu território tradicional.

     

    Em Aparecida, nós bispos denunciamos esta situação: “Com muita frequência, se subordina a preservação da natureza ao desenvolvimento econômico, com danos à biodiversidade, com o esgotamento das reservas de água e de outros recursos naturais, com a contaminação do ar e a mudança climática” (DAp 66). “Nas decisões sobre as riquezas da biodiversidade e da natureza as populações tradicionais têm sido praticamente excluídas. A natureza foi e continua sendo agredida. A terra foi depredada. As águas estão sendo tratadas como se fossem uma mercadoria negociável pelas empresas, além de terem sido transformadas num bem disputado pelas grandes potências” (DAp 84). E o próprio Papa Bento XVI, alerta sobre a “devastação ambiental da Amazônia e as ameaças à dignidade humana de seus povos” (DAp 85).

     

    As pessoas e instituições que valentemente enfrentam esta lógica mercantilista e depredatória são sistematicamente criminalizadas por parte dos Estados. O Ir. Paul é vítima desse tipo de ação.

     

    Como Comissão Episcopal para a Amazônia da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil (CNBB) queremos solidarizar-nos com o Ir. Paul, a Igreja e os povos da Amazônia Peruana, e encorajá-los: “Como profetas da vida, queremos insistir que, nas intervenções sobre os recursos naturais, não predominem os interesses de grupos econômicos que arrasam irracionalmente as fontes de vida, em detrimento de nações inteiras e da própria humanidade” (DAp 471).

     

                            Unidos na oração e missão na Amazônia, solidários em Cristo,

     

    Brasília, 07 de Julho de 2010.

     

                                                  Dom Jayme Henrique Chemello                  

                                          

                              Presidente da Comissão Episcopal para a Amazônia – CNBB

     

                                       Dom Antônio Possamai       Dom Erwin Krautler   

                                            Vice- Presidente                     Secretário

       

                                                                       

                                                                                                

     

     

    Read More
  • 12/07/2010

    Cimi Norte I promove o encontro dos povos em processo de reconhecimento étnico cultural

     

    Entre os dias 13 e 15 de julho o Regional Norte I do Conselho Indigenista Missionário (Cimi), promove o “Encontro dos povos em processo de reconhecimento étnico e territorial”. O evento será realizado no Centro de Formação Xare, localizado no KM 22 da rodovia BR-174 (Manaus – Boa Vista), nas proximidades da Escola Agro técnica Rainha dos Apóstolos.

     

     

    Tal como ocorreu em outros estados brasileiros, no Amazonas um número considerável de comunidades, em vários municípios, passou a assumir a identidade indígena. De acordo com membros do Cimi, “é crescente a demanda de povos indígenas reivindicando o reconhecimento étnico cultural, sempre ligado a uma delimitação territorial, principalmente na região dos rios Madeira e Solimões”. Até agora 28 comunidades solicitaram o pedido de reconhecimento étnico.

     

    O missionário Jean Robson Pinheiro explica que em Tefé, os povos ressurgidos estão buscando apoio para revitalizar a língua. Ele analisa que a utilização da língua materna é um dos meios a que as comunidades recorrem para reafirmar sua identidade cultural. “A ferramenta que usam é falar as palavras que eles sabem na língua materna para não calarem e mostrar aos não índios que, de fato, são indígenas”, explica Jean Robson. Ele trabalha com povos indígenas do Juruá e Médio Solimões desde o início dos anos 90.

     

    Na região do Médio e Alto Solimões, as comunidades de povos ressurgidos enfrentam enormes dificuldades. Existem comunidades Kokama que nunca deixaram de assumir a condição de indígenas e, por isso, são marginalizados. Outros, como os Kaixana, no município de Santo Antônio de Içá, enfrentam problemas com o Exército Brasileiro na busca do reconhecimento e demarcação de suas terras. Em Tonantins, outro grupo também de Kaixana não é reconhecido.

     

    Em Roraima, os Sapará (povo de origem Karib) lutam para que sejam reconhecidos e tenham direito à terra. Eles vivem ao norte do estado de Roraima e, devido à violência do processo de colonização da região, foram forçados a viver junto com os Makuxi e Wapichana. A convivência com outros povos fez com que fossem considerados extintos.

     

    Ao longo de cinco séculos, os povos indígenas foram sendo drasticamente reduzidos para acomodar os interesses dos grupos econômicos que apossaram de seus territórios. A reação de alguns levou ao seu completo extermínio. Outros preferiram negar a identidade indígena como forma de resistência à colonização. Hoje, eles reassumem sua identidade e buscam recuperar suas tradições, cultura e territórios.

     

    Essa é apenas uma pequena parte da complexa realidade que estará em discussão no “Encontro dos povos em processo de reconhecimento étnico e territorial”, promovido pelo Cimi Norte I. Lideranças indígenas e membros de comunidades ressurgidas do Amazonas, Roraima, Amapá, Pará e de estados do Nordeste participarão do evento.

     

    “Queremos trazer o assunto à tona, queremos dar visibilidade a essa grande diversidade cultural e étnica para que sejam reconhecidos e como tal pleitear o que lhes é devido pelo estado brasileiro”, diz Edina Pitarelli, coordenadora do Cimi Norte I.

    Read More
  • 09/07/2010

    Divulgado Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil

    O Conselho Indigenista Missionário (Cimi) divulgou na tarde de hoje (9) o Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil. Os dados apresentados são referentes às violações de direitos praticadas contra os indígenas em 2009. Dentre as principais violências apontadas pela publicação estão: danos ao patrimônio, assassinatos, ameaças de morte e mortes por desassistência à saúde.

     

    O objetivo do relatório é denunciar e chamar a atenção da opinião pública para a situação desumana em que vivem muitos indígenas no país. As 20 comunidades do povo Guarani Kaiowá, em Mato Grosso do Sul, que vivem acampadas à beira de rodovias, confirmam os dados apresentados pela publicação. Eles são ameaçados, torturados e atacados porque lutam pela garantia de seus direitos, como a posse da terra, dado que comprova o fato de que grande parte das violências estão relacionadas à conflitos fundiários.

     

    Acesse o Relatório na íntegra

     

    Para dom Erwin Kräutler, presidente do Cimi e bispo da Prelazia do Xingu, o relatório deve chegar ás mãos dos agentes dos governos federal e estadual para que se coloque um basta na violência contra os indígenas. “O sangue derramado desse povo clama aos céus. O projeto desenvolvimentista do governo está sendo construído sobre os cadáveres dos indígenas. O que tem mais valor, as grandes obras ou a vida humana, a família?”, indaga Kräutler.

     

    Lucia Helena Rangel, que é professora da PUC/SP e coordenou a pesquisa, destaca que o mais importante da publicação não é chegar a uma conclusão de que a violência contra os indígenas tem aumentado ou diminuído ao longo dos anos. “Embora possamos falar de um aumento de casos de violências contra esses povos nos últimos dez anos, isso não é o mais significativo, pois os números destacados no relatório não podem ser trabalhados estatisticamente”, afirmou a coordenadora.

     

    Para Roberto Liebgott, vice-presidente do Cimi, o relatório vem mostrar "a omissão como opção política do governo federal em relação aos povos indígenas". Tal atitude implica em diferentes formas de violências, como a não demarcação de terras, falta de proteção das terras indígenas, descaso nas áreas de saúde e educação e a convivência com a execução de lideranças, ataques a acampamentos e outras agressões por agentes de segurança, ataques a indígenas em situação de isolamento, tortura por policiais federais, suicídios entre outras.

     

    O relatório foi produzido com base nos relatos dos missionários do Cimi e nas informações divulgadas pela imprensa. A publicação está dividida em quatro capítulos: violência contra o patrimônio; violência contra a pessoa praticada por particulares ou por agentes do poder público; violências provocadas por omissão do poder público; e violência contra os povos indígenas isolados ou de pouco contato. O Cimi ainda apresenta este ano uma tabela com o nome das terras indígenas sem providências.

     

    A publicação será enviada aos órgãos do poder público e entidades que trabalham em prol da garantia dos direitos humanos.

     

    Leia aqui pontos centrais do relatório

    Read More
  • 09/07/2010

    Relatório de Violência contra os Povos Indígenas no Brasil 2009

    O Cimi lançou hoje, dia 9 de julho 2010, o Relatório de Violência contra os Povos Indígenas no Brasil, referente ao ano de 2009, na sede da Conferência Nacional dos Bispos Brasileiros (CNBB), em Brasília.

    Para baixar o Relatório de Violência contra os Povos Indígenas no Brasil 2009 na íntegra, clique aqui.

    Read More
  • 09/07/2010

    Violência contra os Povos Indígenas no Brasil – relatório referente a 2009

    Para baixar o relatório "Violência contra os Povos Indígenas no Brasil – 2009" clique aqui.

    Read More
  • 09/07/2010

    Pontos centrais do Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil – 2009

    54% de todos os assassinatos indígenas foram registrados em Mato Grosso do Sul.

     

    O Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil- 2009 traz, mais uma vez, o triste destaque do estado do Mato Grosso do Sul em matéria de violência contra os povos indígenas. Com a maior incidência de assassinatos – 54% – e um grande número de outras violências e descasos, a realidade no estado confirma a estreita relação entre os conflitos por terra e violência. Nestes conflitos se opõem o agronegócio, o latifúndio e os povos indígenas.

     

    Nos relatórios publicados desde o ano de 2005, a diferença sempre foi gritante em relação a outras localidades do país, o que persiste em 2009. Ano passado, ocorreram 60 casos de assassinatos de indígenas e destes, 33 no MS. Percebendo a realidade desoladora, o Conselho do Cimi, juntamente com seu presidente, dom Erwin Kräutler, e o secretário geral da CNBB, dom Dimas Lara Barbosa, chegaram a visitar algumas comunidades Guarani Kaiowá no estado, em março de 2010, para conhecer de perto suas realidades e também demonstrar o apoio da entidade para com estes indígenas.

     

    No relatório de 2009, a doutora em Educação pela UFRGS, Iara Tatiana Bonin, ressalta a questão do "racismo institucional no Mato Grosso do Sul, fazendo o traçado desde as estratégias de confinamento de comunidades indígenas na década de 1920, até as atuais invasões de terras por grandes proprietários. "Os Guarani Kaiowá constituem hoje a maior etnia do país, e também aquela que sofre mais intensamente os efeitos de um modelo de ocupação e de exploração de terras para o agronegócio", destaca em seu texto.

     

    Violências: omissão e desassistência do Estado

     

    Em 2009 foram registrados 133 casos de violência provocados pela omissão do poder público. Entre as ocorrências, destaca-se, mais uma vez, o grande número de morte por desassistência à saúde, 41 no total. Deste número, 22 vítimas são do povo Xavante, da comunidade Parabubure, localizada no município de Nova Xavantina, Mato Grosso.

     

    De acordo com informações dos missionários do Cimi, as mortes aconteceram em decorrência de diversas falhas no atendimento à saúde dos indígenas em um período de dois meses. Na região não há transporte para o trabalho e prevenção das equipes de saúde, faltam colchões, medicamentos e materiais básicos, inclusive para higienização.

     

    Outro dado alarmante é o alto índice de desnutrição. Durante o ano passado foram registrados 90 casos na comunidade Guarani Kaiowá de Dourados , Mato Grosso do Sul. Soma-se a esse número nove mortes de crianças em decorrência do baixo peso: 7 em São Paulo, uma no :Tocantins e uma no Paraná .

     

    Criminalização: indígenas do país são vítimas de perseguição e violência

     

    O Relatório aponta que há um crescente processo de criminalização de lideranças e a intensificação de ações contra os indígenas e suas lutas em diversos estados do país. Os casos que mais chamam atenção foram os praticados contra os Tupinambá, na Bahia, e o grande número de lideranças Xukuru, de Pernambuco, perseguidas.

     

     Em junho de 2009, cinco indígenas da comunidade Tupinambá da Serra do Padeiro, município de Buerarema, foram capturados e agredidos pela Polícia Federal. Durante a ação, eles foram algemados, imobilizados no chão e receberam fortes doses de um produto químico, conhecido como gás de pimenta, nos olhos. . Exames comprovaram ainda que três deles receberam choques elétricos na região dorsal e genital. Essas agressões, praticadas com requintes de crueldade e tortura, tinham por objetivo intimidar os indígenas para que saíssem da terra que tradicionalmente ocupam.

     

    Trinta e cinco lideranças do povo Xukuru estão sendo criminalizadas. Elas foram indiciadas e processadas por diversos crimes, quando na verdade seguem firmes na luta pelo reconhecimento de seu território tradicional

     

    Violência dos grandes projetos

     

    O Relatório ainda apresenta dados sobre violências e danos ao meio ambiente decorrentes da omissão do poder público, como a morosidade na demarcação das terras indígenas e os conflitos fundiários.

     

    Outros dados fazem referência aos danos causados pelos grandes projetos do governo federal. As obras vão desde pequenas centrais hidrelétricas a programas de ecoturismo, gasodutos, exploração mineral, ferrovias e hidrovias. Tais projetos impactam territórios indígenas e afetam a vida de diversos povos, inclusive aqueles que têm pouco ou nenhum contato com a sociedade envolvente.

     

    Exemplo de tais obras é a hidrelétrica de Belo Monte, no Pará. O projeto preconizado pelo governo como sendo fonte de desenvolvimento, na verdade, trará consequências desastrosas e irreversíveis ao meio ambiente e às comunidades da região. Diversos especialistas e movimentos socias já apontaram o número sem fim de irregularidades que envolvem a obra, como o não respeito à Convenção 169 da Organização Internacional do Trabalho (OIT), que assegura o direito de oitiva ás populações em caso de obras que lhes afetem.

     

    Fonte:Lúcia Rangel(coordenadora da pesquisa), Roberto Liebgot (vice-presidente do Cimi), Saulo Feitosa (secretário adjunto do Cimi), Egon Heck (missionário noMS)

    Read More
  • 09/07/2010

    Cimi lança hoje Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil

    O Conselho Indigenista Missionário (Cimi) lança, hoje (9), o Relatório de Violência Contra os Povos Indígenas no Brasil. Os dados apresentados no documento são referentes ao ano de 2009, quando foram registrados 60 casos de assassinatos entre os indígenas do país.

     

    O Relatório aborda a violência praticada contra a pessoa, como assassinatos, ameaças e atos de racismo, e contra o patrimônio indígena, como os conflitos territoriais e os danos ambientais. A publicação também apresenta as violências decorrentes da omissão do poder público, como os suicídios e a desassistência à saúde. O capítulo final traz informações sobre violências contra os povos indígenas isolados ou de pouco contato.

     

    O evento será na sede da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil, em Brasília. A mesa de apresentação será composta pelo secretário Geral da CNBB, dom Dimas Lara Barbosa, pelo presidente do Cimi, dom Erwin Kräutler, pela doutora em antropologia pela PUC/SP, Lucia Rangel – que coordenou a pesquisa – e pelo missionário do Conselho em Mato Grosso do Sul, Egon Heck.

     

    Acesse os pontos centrais do relatório

    Read More
  • 08/07/2010

    Informe nº 921: Lideranças indígenas reivindicam melhor atendimento e respeito

    Comissão de indígenas Karajá e Kanela tentam em vão falar com presidente da Funai

     

    Uma comissão formada por 12 indígenas dos povos Karajá e Kanela do Araguaia estão em Brasília desde segunda-feira (5) para falar com o presidente da Fundação Nacional do Índio (Funai), Márcio Meira. O grupo pretende conversar sobre o Decreto 7.056/09, que reestrutura o órgão. Os Karajá vivem na Ilha do Bananal, no Tocantins, e os Kanela do Araguaia moram na região de São Félix do Araguaia, em Mato Grosso.

     

    A viagem até Brasília tem por objetivo retratar à Funai os diversos problemas enfrentados pelas comunidades com as mudanças nos atendimentos prestados pelo órgão. Antes esses serviços eram prestados por meio da Administração Regional do Araguaia, localizada em São Félix, que também atendia os povos da região da Ilha do Bananal. No entanto, desde o ano passado, quando o decreto foi assinado pelo presidente da República, os atendimentos estão paralisados.

     

    As administrações regionais, de acordo com o decreto, serão extintas e criadas coordenadorias regionais. O grupo reclama que coordenadoria que será responsável pelo atendimento na região, localizada em Palmas (TO) também atenderá comunidades de mais 28 municípios. “Isso é praticamente impossível, pois essa coordenadoria não terá como atender um número tão grande de pessoas, além disso, os municípios ficam muito distantes um do outro”, afirmam.

     

    “Depois desse decreto vários indígenas morreram sem atendimento, por conta do alcoolismo e de outros problemas que afetam nossa comunidade, pois estamos sem nenhuma fonte de renda, como o projeto de agricultura”, afirmou  João Werreriá, do povo Karajá.

     

    Ainda de acordo com os indígenas, o fim da administração regional tem ocasionado uma série de invasões na região da Ilha do Bananal. Os invasores entram na terra roubam e vendem peixes, tartarugas e outros recursos naturais encontrados na região.

     

    Faz seis meses que técnicos e funcionários da Funai não aparecem na região, por isso, o grupo veio cobrar uma resposta do órgão. “A gente quer que eles resolvam a situação, pois são vidas que estão em jogo”, declarou a representante do povo Kanela Lenimar Werreriá, que é presidente da Associação Wyky Iny Mahadu, da Aldeia JK.

     

    Eles ainda criticam o processo de construção e aprovação do decreto. “Todo o processo foi falho, pois não ouviu o povo, não fez um estudo apropriado para acabar com as administrações e criar as coordenações. Tudo foi feito de cima, uma total falta de consideração do presidente do país com os povos indígenas”, disse Edmilson Moreira Karajá.

     

    Encontro em São Félix

     

    Enquanto o grupo que veio à Brasília não consegue conversar com Marcio Meira e é recebido com má vontade e receio pelos funcionários da Fundação em Brasília, a secretária do presidente da Funai informou que o mesmo se encontrará amanhã (9), com dom Pedro Casaldáliga, em São Félix do Araguaia, no Mato Grosso.

     

    Lideranças Terena denunciam agressões ao MPF de Mato Grosso do Sul

     

    Em junho deste ano lideranças indígenas do povo Terena da Terra Indígena Cachoeirinha, município de Miranda, enviaram ofício ao Ministério Público Federal de Mato Grosso do Sul denunciando as inúmeras agressões de que têm sido vítimas desde que retomaram parte de sua terra tradicional, conhecida como Tumuné Kalivono, em 22 de outubro de 2009.

     

    “Desde a expulsão de nossa terra retomada, ação essa feita pela Polícia Federal e Polícia Militar do Mato Grosso do Sul, passamos a sofrer uma série de ameaças e intimidações de várias pessoas residentes em Miranda”, afirmam as lideranças no documento.

     

    Entre as agressões denunciadas estão a degradação do território tradicional, a retirada de madeira de reserva legal que fica na área reivindicada pela comunidade, perseguições e ataques aos indígenas.

     

    No dia 16 de junho, Lindomar Terena e Germano Terena andavam de moto pelo centro da cidade, quando, de acordo com a comunidade, foram abordados e perseguidos por um morador da região que também estava em uma moto e passou a jogar o veículo contra eles.

     

    Diversas são as situações de discriminação e desrespeito por que passam os Terena que vivem em Miranda. Desde a retirada do grupo de Tumuné Kalivono, a comunidade é ameaçada e agredida com palavras de baixo calão.

     

    Ainda de acordo com as lideranças, no dia da expulsão de seu povo, foi firmado um acordo entre os indígenas e o fazendeiro que afirma ser o dono da área reivindicada pelo grupo, que este devolveria os pertences dos indígenas que não puderam ser retirados no momento da retirada do grupo da fazenda.

     

    “O fazendeiro disse que deixaria nossas coisas na porteira da fazenda. No entanto, passados vários dias, nada aconteceu. Fomos, simplesmente, informados que o acordo não será cumprido e que não teremos de volta nossos cavalos, vacas, fogões e documentos”, denunciam.

     

    Para as lideranças as ações são estratégias para intimidar a comunidade, o que tem comprometido a tranqüilidade e a integridade física de seu povo. Eles pedem à providências no sentido de apurar os fatos criminosos cometidos contra o povo e de coibir as ameaças que lhe são impostas.

    Read More
Page 804 of 1236