• 08/10/2010

    Il Mondo che ci Circonda nº 929

    Nel Mato Grosso do Sul, comunitá Guaraní vive circondata da pistoleiros

     

    Indios Guaraní Kaiowá della comunitá Y’poí localizzata nel comune di Paranhos, hanno lanciato SOS alle autoritá del paese. il gruppo é stato circondato da pistoleiros contrattati dai latifondisti della regione. La terra tradizionale di questo popolo é stata rioccupata il 17 di agosto, durante la realizzazione dell’Accampamento Terra Libera 2010 che, quest’anno, é stato realizzato nel Mato Grosso do Sul. 

     

    Dal 17 agosto, il gruppo di Guaraní vive in una specie di isola, dovuto ai piccoli gruppi di pistoleiros che si sono accampati, circondandoli. I pistoleiros circolano armati e, frequentemente, minacciano le famiglie della comunitá Guarani. L’entrata e l’uscita delle persone é stata proibita e questo fatto impedisce l’accesso al pesonale paramedico e agli agenti della segreteria dell’educazione che dovrebbero attendere la comunitá indigena.

     

    I Guaraní hanno lanciato l’SOS, perché i loro bambini si stanno ammalando e nemmeno l’agenzia Funasa, del Ministero della Sanitá, riesce a raggiungere la comunitá per assistere gli ammalati. I funzionari della Funasa dicono che non é garantita la loro sicurezza. La comunitá Guaraní non ha neppure le condizioni per ottenere l’acqua potabile.

     

    Varie denunce sono giá state innoltrate al Pubblico Ministero Federale della cittá di Ponta Porã, alla Funai ed agli organi di sicurezza dello stato. Peró niente é stato ancora fatto per cambiare la situazione disumana nella quale vivono migliaia di índios del Mato Grosso do Sul. Continuano a vivere confinati in piccole fette di terra, abbandonati ai margini delle strade, soggetti ad ogni tipo di discriminazione ed abbandonati a se stessi.

     

    É questa la situazione vissuta dalla comunitá Guarani dell’Y’poí ed altri quarantamila Kaiowá Guaraní e venticinquemila Terena che continuano confinati in piccoli spazi di terra.

     

    Alla ricerca di Rolindo Vera

     

    Il ritorno alla terra tradizionale é avvenuto nel momento nel quale il gruppo, stanco di aspettare una risposta dal governo brasiliano sul riconocimento della loro area – prevista dal TAC firmato dalla FUNAI e dal Púbblico Ministero Federal. Gli indios hanno dimostrato anche una certa insoddisfazione in relazione alle loro richieste sulla scomparsa  del professor Rolindo Vera, sparito da 300 giorni

     

    Rolindo é stato sequestrato assieme al cugino Genilvado Vera, nello stesso locale, quando la comunitá era ritornata al’Y’poí. Alcuni giorni dopo, Genivaldo é stato incontrato morto, dentro un ruscello. La famiglia di Rolindo sta aspettando dalle autoritá della sicurezza pubblica che si esprimano circa la fine di Rolindo o, almeno, che incontrino la salma.

     

    "É inammissibile che la magistratura non si pronunci difronte ad una cosí grande ingiustizia. Non é possíbile che il governo si ometta difronte a quest’azione genocida contro un’intera comunitá indígena che é alla ricerca del corpo del professor Rolindo. É un’affronto alla Costituzione e alla legislazione internazionale negare la terra tradizionale ad una comunitá indigena e, ancor di piú, impedire l’accesso ai propri organi del governo incaricati della protezione e dell’assistenza sanitária della popolazione indigena", ha affermato Egon Heck, coordinatore del Regionale Mato Grosso do Sul del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi).

     

     

    1º Accampamento dei Popoli e Comunitá Tradizionali del Paraná

     

    L’evento obiettivava dare visibilitá a questo segmento della societá e chiedere la creazione di una legge statale che garantisca i suoi diritti

     

    É terminato il 2 settembre il 1º Accampamento dei Popoli e Comunitá Tradizionali del Paraná. L’incontro che aveva come tema "Questa Patria é anche nostra", mirava dare visibiltá ai popoli e comunitá della regione e discutere la creazione di una politica statale  che possa garantire i dirittti di questa parte della societá. L’evento é stato realizzato nella Piazza Nossa Senhora da Sallete, difronte al palazzo delle Araucarie, sede del governo statale, in Curitiba.

     

    Il tema del movimento fa allusione all’attuale situazione nei quali vivono questi popoli che sono espulsi dalle loro terre, senza essere garantiti nei loro diritti primordiali e perdendo, poco a poco, le loro identitá culturali. Nel Paraná, come in altre regioni del paese, si assiste ad un processo sempre piú escludente di queste comunitá, al punto che sono a rischio d’estinzione.

     

    Per il leader Kretã Kaingang, coordinatore dell’Articolazione dei Popoli Indigeni della Regione Sud (ARPINSUL), l’Accampamento é una forma de rivendicare il riconoscimento dei popoli e delle comunitá tradizionali: "questi popoli sono invisibili agli occhi del governo e, per questo, non godono di una política pubblica specifica che li assista. Il nostro obiettivo, qui, é giustamente mostrare che esistiamo e parlare delle nostre necessitá".

     

    "Non possiamo arrivare ad essere la 5ª maggior potenza mondiale, secondo le statistiche del governo, se i diritti di base dei popoli tradizionali nono sono rispettati", ha affermato Kretã Kaingang. Ancora, secondo Kretã, la creazione di una politica statale specifica puó favorire il riconoscimento e la preservazione del modo di vivere di queste comunitá, delle sue culture e conoscienze tradizionali.

     

    Nella regione Sud, specialmente nel Paraná ed in Santa Catarina, l’invisibilitá sociale é una delle principali caratteristiche delle comunitá tradizionali. Fino a poco fa, l’inesistenza di statistiche e censimenti ufficiali, ha fatto si che questi stessi gruppi elaborassero censimenti preliminari come forma di affermazione della loro esistenza collettiva, in mezzo a tensioni, dispute, e pressioni che minacciano i loro diritti etnici e collettivi garantiti dalla Costituzione Federale e da altri numerosi dispositivi giuridici.

     

    Attivitá

     

    Il 1º di agosto, primo giorno dell’Accampamento, é stata realizzata un’assemblea generale tra i partecipanti all’incontro. Hanno presenziato all’incontro rappresentanti della Segreteria dell’Educazione dello Stato del Paraná (Seed). Durante la giornata, i partecipanti dell’Accampamento hanno discusso sulla realtá vissuta da ogni comunitá ed hanno trattato delle rivendicazioni che saranno presentate ai candidati al governo dello stato, tutti invitati a partecipare all’evento.

     

    Nel secondo giorno della mobilizzazione, i rappresentanti dei diversi gruppi si sono manifestati ed hanno dato vita ad una grande manifestazione che li ha portati al centro di Curitiba. Nel pomeriggio sono stati ricevuti in udienza dai rappresentanti del governo dello stado. Durante l’udienza, sono state consegnate le proposte che faranno parte delle poliche dello stato, elaborate dalle 11 comunitá tradizionali che hanno partecipato all’evento.

     

    Rappresentazione

     

    Hanno partecipato all’incontro circa 500 rappresentanti dei popoli indigeni Kaingang, Guarani e Xetá, Quilombolas (discendenti di schiavi), Comunitá del Terreiro (Umbanda e Candomblé, discendenti afro-brasiliani), Faxinalenses (contadini che occupano la terra in modo collettivo ed allevano animali liberi e coimunitariamente), Ilhéus del fiume Paraná (abitanti delle isole del fiume), Pescatori e Pescatrici artigianali delle comunitá dell’oceano, Cipozeiros e Cipozeiras (artigiani che fabbricano artigianato ed utensili con le liane estratte dai boschi) e benzedores e benzedeiras (allevatrici, sciamani e guaritori tradizionali.

     

    L’Accampamento é stato realizzato dalla Rede Puxirão dei Popoli e Comunitá Tradizionali, entitá che aggrega circa 200 mila persone che appartengono ai popoli e comunitá tradizionali dello stato del Paraná.

    Read More
  • 08/10/2010

    Resistência e afirmação: o povo guarani hoje

    Por Moisés Sbardelotto

     

    Há mais de 500 anos, os povos guarani do continente americano demonstram ter uma grande resistência física, cultural e religiosa, além de reafirmarem sempre mais a sua grande nação guarani. É por isso que hoje a sua identidade indígena é mantida de forma dinâmica, diante dos desafios políticos e econômicos atuais.

    Esse foi uma das perspectivas de análise sobre "As lutas do povo Guarani, no Mato Grosso do Sul, hoje", tema da palestra de Egon Heck, coordenador regional do Conselho Indigenista Missionário (Cimi) do Mato Grosso do Sul, nesta quinta-feira à noite, no IHU. O encontro faz parte do Ciclo de Palestra Jogue Roayvu: História e Histórias dos Guarani, pré-evento do XII Simpósio Internacional IHU: A Experiência Missioneira: território, cultura e identidade.

    Heck, que trabalha há mais de três décadas junto aos povos indígenas do Brasil, da região amazônica até os povos indígenas do Sul do país, vive hoje em Dourados, no Mato Grosso do Sul. Nesse Estado, segundo ele, existem mais de 40 mil guarani-kaiowá em menos de 40 mil hectares. Por isso, "os índios da região estão vivendo tempos e dias nem tão dourados assim", constatou.

    O primeiro problema abordado pelo teólogo e mestre em ciências políticas foi a configuração econômico-política da região, formada por elites que impedem o reconhecimento das comunidades indígenas. Como exemplo disso, Heck relatou que, desde o dia 1º de setembro, grande parte dos altos membros da prefeitura local atual estão na cadeia.

    Historicamente, segundo Heck, a fronteira do Mato Grosso do Sul, que pertencia ao Paraguai, foi ocupada economicamente pela erva-mate. Essa era a economia de maior volume do Brasil desde o tempo das reduções dos jesuítas e de maior exportação a partir de 1880. E os índios guaranis foram incorporados nessa economia emergente, com impactos negativos.

    "O desenvolvimento foi feito em um processo de corrupção, de manipulação de escrituras, ocupação das terras forçadas", denunciou.

    Porém, o grande impacto sobre os índios veio com o mandato de Getúlio Vargas, especialmente em 1943, quando o presidente quis ocupar as áreas de fronteira com pequenos agricultores. Asim, o governo deslocou inúmeras famílias do Sul, principalmente do Rio Grande do Sul, dividindo a região em colônias. Entretanto, essas colônias não respeitaram os territórios indígenas, e alguns foram invadidos por esse processo de colonização.

    Essa ocupação foi sendo gradativamente incentivada, chegando aos governos ditatoriais de Emílio Médici e de Ernesto Geisel, em que, por meio do chamado "milagre brasileiro", entre 1974 e 1978, desenvolveram uma segunda grande ocupação da região, novamente desrespeitando as áreas de mata nativa e indígenas. Com isso, os índios foram sendo cada vez mais confinados nas poucas terras indígenas que existiam.

    Com esse "espírito de ocupação e desbravamento", afirmou Heck, chegou-se ao agronegócio, hoje liderado pela produção de cana-de-açúcar. Assim, vive-se hoje um processo de reconcentração de terras, pois, além dos índios, os pequenos agricultores também vão perdendo ou abandonando suas terras devido à mecanização da agricultura, processo contra o qual não conseguem se impôr.

    Somado a um processo semelhante que foi ocorrendo nos demais territórios guarani, especialmente na Bolívia e no Paraguai, dos 2 milhões de indígenas desse povo que havia na América, hoje eles estão restritos a 300 mil.

    Por isso, segundo Heck, o guarani "é um povo que resiste". Demonstram ter uma "resistência física, cultural e religiosa", por meio da sua afirmação como grande nação guarani. "Eles chegaram até hoje como um povo que mantém sua identidade indígena de forma dinâmica", afirmou.

    Heck exibiu em seguida cenas de um documentário produzido pelo Cimi neste ano, relatando as lutas e as esperanças do povo guarani. Em meio a cenas das grandes reuniões entre os guaranis, marcadas por rituais celebrativos, na região de Dourados, na fronteira com o Paraguai, os depoimentos de alguns índios denunciam os sofrimentos e as angústias de suas lutas.

    "Morrer para mim é pouco, porque o meu povo está sofrendo muito mais do que eu, com a fome, a desnutrição", dizia um deles. "Nós esperamos e esperamos bastante [pelo governo]. Nós, indígenas, sabemos esperar e sabemos respeitar", refletia outro. "Hoje estão querendo cortar, arrancar a nossa língua guarani. Não querem que nos defendamos com a nossa língua. Nós vamos resistir. Um cai, o outro levanta. E assim nós vamos continuar", denunciava uma índia, referindo-se a um juiz que, após o assassinato de um membro da comunidade indígena, não aceitou que os depoimentos no tribunal fossem feito na língua guarani, não aceitando nem a presença de um intérprete. "Eu quero acreditar que nós podemos mudar este país. Mostrar para esse país que nós somos humanos: nós temos alma, temos religião, temos Deus", conclamava um cacique.

    O problema central, no entanto – que leva à existência de 200 índios presos na região – é a demarcação das terras. Segundo Heck, os cenários futuros preocupam, pois os índios "já passaram do limite de tudo o que é paciência". Nesse sentido, ele comentou a recente entrevista concedida pelo ministro da Justiça, Luiz Paulo Barreto, segundo o qual 95% das terras indígenas previstas na Constituição já foram demarcadas. "Mas como estão demarcadas?", questionou Heck.

    Segundo ele, nessa entrevista, o ministro retoma a mesma prática da ditadura, o mesmo discurso, a mesma ideologia: produção e desenvolvimento, às custas dos povos originários e minoritários. "O modelo vai ser cada vez mais agressivo e concentrador", afirmou Heck. Além disso, denunciou, "a polícia é extremamente despreparada. Qualquer pretexto serve para bater em índio", o que leva a um embate cada vez mais crescente nas tentativas de manifestação.

    Analisando a questão dos suicídios dentro da comunidade indígena, Heck explicou que, dentro da própria cultura guarani, o suicídio pode ser também uma forma de busca dentro de determinadas limitações. Mas, hoje, "há uma grande aceleração dos processos de suicídio, ligados a vários problemas de violência, como o homicídio", denunciou. A taxa atual é de 50-60 suicídios por ano. E isso é agravado pelo confinamento, pela falta de terra, de perspectiva, de trabalho, pela total dependência dos órgãos externos. "Tudo isso vai gerando um quadro bastante assustador e agoniante também para eles", afirmou Heck. E o que mais assusta é que, em geral, quem se suicida são adolescentes, de 12 a 18 anos. "Às vezes com os cadarços dos tênis", diz.

    Além disso, aproximadamente 95% das famílias guarani ainda vivem com cesta básica, sem se resolver assim a questão fundamental que é "o mínimo de direito à sua terra, ao seu espaço", denunciou Heck.

    Mas novamente a resistência desses povos permite entrever sinais de esperança. "Os guarani são expulsos, mas voltam sempre de novo", disse Heck. Além disso, hoje já se fala em povos guarani, e não apenas povo, pois são uma grande nação de povos diferentes. "O que os une é a luta pela terra. O que os divide é a cultura", sintetizou Heck. Essa luta também se expressa em outros números, como os 500 guarani que estão fazendo universidade, sem contar os inúmeros outros que estudam magistério indígena.

    Para concentrar os esforços dessas lutas e difundir também suas conquistas, foi lançada a campanha "Povo Guarani, grande povo" (www.campanhaguarani.org.br). No sítio, são encontradas diversas informações sobre a cultura guarani, além de vídeos, dados, mapas atualizados das comunidades, além de notícias sobre os povos guarani nos quatro países que compõem essa grande nação: Argentina, Brasil, Bolívia e Paraguai.

    Como indica o texto explicativo da campanha, "a sociedade brasileira jamais foi capaz de ouvir a voz sagrada dos rezadores do povo Guarani, mesmo quando esta voz foi um grito de socorro contra o genocídio que enfrentam. Ao longo dos séculos, a sociedade brasileira vem ignorando a luz do sorriso das mulheres e crianças do Povo Guarani. Talvez por vergonha e culpa, ao longo dos séculos, a sociedade brasileira tenha apagado da memória as belas páginas de resistência escrita pelos bravos guerreiros do povo Guarani".

    Por isso, defende Heck, "quem tem que mudar não são eles, somos nós. Se não houver uma mudança do sistema político e econômico, esses povos estarão condenados em curto prazo", afirma.

    Read More
  • 07/10/2010

    Informe nº 934: Por atos da Polícia Federal, União pode pagar indenização de 500 mil reais à comunidade Tupinambá, na Bahia

    A União recebeu citação em 25 de setembro, mas só agora a notícia veio a público.

     

    O Ministério Público Federal (MPF), na pessoa da procuradora Flávia Galvão Arruti, da Procuradoria da República em Ilhéus, propôs uma Ação Civil Pública por dano moral coletivo e individual em face da União, pelos fatos praticados pela Polícia Federal (PF) no dia 2 de junho de 2009 em relação à comunidade Tupinambá. O MPF requer a condenação da União ao pagamento estipulado no valor de 500 mil reais, que deve ser revertido à comunidade. O MPF entrou com a ação no dia 26 de julho de 2010.

     

    A ação foi movida visando reparação dos danos sofridos por indígenas Tupinambá quando, em junho do ano passado, foram violentados e torturados por agentes da PF. Segundo os agentes, eles se dirigiram à Fazenda Santa Rosa, município de São José da Vitória (BA), no intuito de constatar o delito de esbulho possessório, ou seja, invasão de terras. Na ação, o MPF apresenta as versões da PF e dos indígenas, mas em ambos os casos, o emprego excessivo da força é configurado.

     

    Assim, tendo ambos os depoimentos e os exames de corpo de delito, o MPF constatou que o modo de agir da PF configurou-se em verdadeira tortura contra os indígenas.

     

    Os fatos

     

    De acordo com indígenas (o que foi confirmado pelos exames de corpo de delito), a PF utilizou spray de pimenta nos olhos das vítimas, deram tapas, chutes, pisões, choques elétricos e puxões de cabelo. Em depoimento, os indígenas também afirmam que os policiais já chegaram à Fazenda Santa Rosa disparando tiros.

     

    Assustados, muitos indígenas fugiram para a mata. Mas os indígenas José Otávio Freitas Filho, Carmelindo Batista da Silva, Osmário de Oliveira Barbosa, Ailza Silva Barbosa e Alzenar Oliveira Silva foram surpreendidos pelos agentes e se renderam, vendo a impossibilidade de fuga do local.

     

    Em seus depoimentos, os agentes confirmaram o uso da força e da arma teaser (ferramenta que aplica choques elétricos) para imobilizar os indígenas citados. Na ação, o MPF afirma que só com o depoimento dos policiais já é possível afirmar que a PF empregou força desnecessária e a situação reclama por indenização em favor da comunidade indígena ofendida. “…consta nos autos a inacreditável narração de que fora necessária a aplicação de choques elétricos por mais de quatro minutos e de spray de pimenta para que os seis policiais federais bem treinados desarmassem e imobilizassem dois índios: Otávio e Osmário.”, declara a procuradora na ação.

     

    A ação também mostra que, independente da forma como ocorreram os fatos, a única conclusão possível é a necessidade do pagamento de indenização pela União à comunidade indígena e que a pena deve ser aplicada “em razão da violência, humilhação, desrespeito aos direitos fundamentais que sofreram justamente em virtude de serem indígenas”.

     

    Contexto

     

    O conflito pela disputa de terras indígenas na região sul da Bahia é de conhecimento público e a própria ação do MPF salienta o fato. “A comunidade indígena Tupinambá da Serra do Padeiro, juntamente com outras comunidades, há anos luta pelo reconhecimento e demarcação da terra indígena. No ano de 2009 foi publicado pela Funai, após realização de minucioso estudo antropológico, o relatório de demarcação da Terra Indígena Tupinambá.”, afirma.

     

    A petição também ressalta que o direito dos indígenas à terra é um direito originário e que portanto não é necessário nenhum ato do poder público para constituir tal direito, sendo os procedimentos demarcatórios somente declaratórios. Assim, o conflito na região da Serra do Padeiro, teve início com o fato de os integrantes da comunidade retomarem suas terras tradicionais, que estão invadidas por fazendeiros.

     

    Para Saulo Feitosa, secretário adjunto do Cimi, é preciso destacar a atitude do MPF. “Por esta ação, podemos perceber que o MPF assume o seu dever constitucional de defesa dos povos indígenas. Além disso, deixa-se claro que a PF agiu de maneira abusiva e causou danos à comunidade, o que só confirma as denúncias que a comunidade vem fazendo”, afirmou.

     

    Ainda de acordo com Saulo, a ação, além do ganho jurídico, é também um ganho político. “Esta ação significa simbolicamente uma reação à criminalização que vem sendo instaurada contra os povos indígenas. Esperamos que ajude a inibir outros fatos como este”, declarou. No entendimento de Saulo, a petição também identifica e deixa clara a prática racista do órgão do governo contra os povos indígenas.

     

    “Não dá para amenizar”

     

    Glicéria Tupinambá, liderança da comunidade e irmã do cacique Babau, destacou a importância da ação. “Quando meu irmão estava preso, eu estive no MPF e me avisaram que estavam entrando com essa ação, mas eu acabei não acreditando. Agora estou vendo que é verdade. Não dá para amenizar tudo que já passamos, mas é o mínimo que podemos receber por todo esse o sofrimento.”, declarou.

     

    Segundo Glicéria, a luta pela terra é muito ampla e ultrapassa essas questões, mas a ação é uma pequena vitória. Glicéria esteve presa no Conjunto Penal de Jequié de junho até o final de agosto deste ano. Ela foi detida, juntamente com seu filho de apenas dois meses à época, quando desembarcava no aeroporto de Ilhéus na volta de uma reunião com o presidente Lula, em Brasília. Os motivos da prisão foram os mesmos de seu irmão: a luta pela terra.

    Read More
  • 06/10/2010

    Tribunal confirma: fazenda Balalaica pertence à terra Amanayé

    O Tribunal de Justiça, em decisão unânime, reconheceu que a Empresa Agrícola Fluminense não tem direitos sobre as terras, que ficam dentro da reserva Saraua

     

    O Ministério Público Federal foi comunicado oficialmente essa semana de decisão unânime dos desembargadores da Câmara Cível do Tribunal de Justiça do Pará que reconhece o direito dos índios Amanayé sobre 18 mil hectares de terras da fazenda Balalaica, disputadas pela Empresa Agrícola Fluminense, em Ipixuna do Pará. A decisão extingue uma sentença da Vara Agrária de Castanhal de 2008, que mandou fazer a reintegração de posse em favor da empresa.

     

    A ação é do MPF e da Procuradoria Geral do Estado e demonstrou ao Tribunal que a sentença da Vara Agrária é descabida, já que a fazenda está dentro de uma Terra Indígena já demarcada. O Instituto de Terras do Pará demonstrou que os documentos de propriedade apresentados eram fraudulentos. Mesmo que fossem verdadeiros, no entanto, qualquer discussão sobre posses dentro da área indígena só poderia ser discutida na Justiça Federal.

     

    Com a decisão, fica anulada qualquer pretensão do dono da Agrícola Fluminense, Agnaldo Rodrigues Caldeira, sobre as terras que ficam dentro da Terra Indígena. Agora, o MPF trabalha com a Funai e o Ibama para verificar a permanência de intrusos não-índios dentro da TI Saraua.

     

    Existem notícias de extração ilegal de madeira. Ocupantes que sejam considerados de boa-fé – ou seja, clientes da reforma agrária – serão remanejados para assentamentos do Incra. Outros intrusos deverão ser retirados pela Polícia Federal.

     

    O caso de falsificação de título da fazenda Balalaica foi citado no relatório final da Comissão Permanente de Monitoramento, Estudo e Assessoramento das Questões Ligadas à Grilagem no Estado, publicado em abril do ano passado. A Balalaica soma total de mais de 340 km², e há registro de assassinatos, conflitos e crimes ambientais na área.

     

    O processo pode ser consultado no Tribunal de Justiça do Pará (www.tjpa.jus.br) com o número 2009.3.004476-0.

     

    Ministério Público Federal no Pará Assessoria de Comunicação Fones: (91) 3299-0148 / 3299-0177 E-mail: [email protected] – Twitter: http://twitter.com/MPF_PA

     

    Read More
  • 05/10/2010

    Brasil quer afastar precaução ambiental de agrocombustíveis

    Preocupado em consolidar liderança no setor, Itamaraty trabalha para evitar que precaução a possíveis impactos de agrocombustíveis na biodiversidade sejam debatidos na Convenção sobre Diversidade Biológica das Nações Unidas

     

    Por Verena Glass, do Centro de Monitoramento de Agrocombustíveis

     

    Na 10a Conferência das Partes (COP-10) da Convenção sobre Diversidade Biológica (CDB) das Nações Unidas – de 18 a 29 de outubro, em Nagoya (Japão) -, o Brasil deve reforçar a disposição de evitar possíveis regulamentações ambientais para o setor de agrocombustíveis.

     

    Segundo informações do Itamaraty, o governo deve dar prioridade aos interesses econômicos do país ante possíveis problemas ambientais envolvendo cultivos utilizados para a produção de agorenergia.

     

    Durante a COP-9 em 2008, que foi realizada na Alemanha, o Brasil liderou manobras para postergar a decisão sobre a aplicação do principio da precaução – garantia contra os riscos potenciais à biodiversidade que, de acordo com o estado atual do conhecimento, não podem ser ainda identificados em um determinado elemento ou evento – aos agrocombustíveis , o que rendeu uma inédita vaia pública aos diplomatas brasileiros.

     

    O Brasil foi um dos primeiros países a aderir à CDB da Organização das Nações Unidas (ONU), cuja função é definir regras para a conservação da biodiversidade do planeta, seu uso sustentável e a repartição justa e eqüitativa dos benefícios resultantes da utilização dos recursos genéticos. A 8a Conferência das Partes (COP-8) teve inclusive Curitiba (PR) como sede.

     

    Segundo o diretor do Departamento de Energia do Ministério de Relações Exteriores (MRE), ministro André Corrêa do Lago, os agrocombustíveis não deveriam ser discutidos na CDB, já que são tratados como tema prioritário em outros espaços, como a Convenção do Clima e a Organização das Nações Unidas para Agricultura e Alimentação (FAO).

     

    "Não concordamos que um eventual impacto sobre a biodiversidade prejudique os agrocombustíveis, muito menos que se proponha uma moratória para o setor sob o princípio da precaução, como chegou a ser sugerido por países africanos. O que ocorre é que dá para produzir de forma boa ou de forma ruim. Vamos explicar como produzir de forma sustentável", defende.

     

    De acordo com ele, "nada seria aprovado, se examinado do ponto de vista exclusivo dos impactos sobre a biodiversidade". "Temos que ter claro que, para o desenvolvimento de países pobres, as vantagens dos agrocombustíveis são mais importantes que as desvantagens", completa.

     

    Na mesma direção, Pedro Brancante, que é subchefe da Divisão de Recursos Energéticos Renováveis do Ministério de relações Exteriores (MRE), afirma que a delegação brasileira desconsidera as incertezas científicas quanto aos agrocombustíveis. Para ele, o pais já desenvolveu pesquisas e práticas suficientes para comprovar a segurança dessas culturas e defende que, "mesmo passando por uma abordagem precautória, os agrocombustíveis não merecem ser objeto [da CDB] quanto à sua incerteza científica".

     

    "A CDB só enxerga um pedaço da cadeia, que trata da agricultura, e as culturas agroenergéticas são utilizada também para a produção de alimentos. Por isso, é incoerência singularizar os agrocombustíveis", prossegue.

     

    Já Roberta Maria Lima Ferreira, da Divisão de Meio Ambiente do Itamaraty, explica que, na corrida pelos mercados agroenergéticos, o país tem feito investimentos altos e pretende garantir o retorno econômico. "O Brasil precisa se manter na liderança do setor [agroenergético]. Se não somos nós, outro país ocupa esta posição", argumenta.

     

    O posicionamento do governo brasileiro, que já causou preocupações entre movimentos e organizações socioambientalistas na COP-9 em 2008, vem gerando uma reação mais enfática neste ano.

     

    Reunidas em Brasília nos dias 16 e 17 de setembro em plenária nacional para a elaboração de recomendações ao governo quanto à COP-10, as organizações exigiram que o posicionamento do Brasil "esteja voltado à conservação e uso sustentável da biodiversidade, pautando-se pelos princípios da Declaração do Rio sobre Meio Ambiente e Desenvolvimento, principalmente o Princípio da Precaução". E continuam: "É inaceitável que a posição do Brasil se paute por interesses de mercado, subordinando a Convenção da Diversidade Biológica às regras da Organização Mundial do Comércio (OMC)".

     

    De acordo com Gabriel Bianconi Fernandes, assessor técnico da Assessoria e Serviços a Projetos em Agricultura Alternativa (AS-PTA), a tendência implícita de defender interesses econômicos nas negociações da CDB (em detrimento de princípios balizadores já acordados) não apenas viola a legislação brasileira, como também ameaça a própria instituição.

     

    "A Lei de Biossegurança do Brasil é baseada no princípio da precaução. Se o Brasil forçar um precedente com a exceção dos agrocombustíveis estará esvaziando a própria CDB. O Brasil é pioneiro nas pesquisas de cana transgênica, por exemplo, sendo que três pedidos de liberação planejada já tramitam na Comissão Técnica Nacional de Biossegurança (CTNBio)", coloca o representante da AS-PTA, que participou da plenária nacional. "Os agrocombustíveis tem um enorme potencial de impacto sobre a biodiversidade, uma vez que são produzidos no modelo de monoculturas extensivas, com grande exposição, uso de produtos químicos e dificílima prevenção de impactos sobre o meio ambiente. A começar por isso, é imprescindível que os agrocombustíveis sejam tratados na CDB, e à luz do princípio da precaução".

     

    A pesquisadora da ONG Terra de Direitos, Camila Moreno, alerta, por sua vez, para estágios mais avançados da tecnologia genética na produção de agroenergia, como o uso da biologia sintética. Esse recurso já é aplicado pela empresa norte-americana Amyris no Brasil. "Eles fizeram modificações genéticas em uma levedura, pegaram um organismo vivo, esvaziaram seu DNA e implantaram um novo. E esses fungos são capazes de processar a cana em tempo recorde. Imagine o que pode ocorrer com o ambiente se esses organismos ´fugirem´ do laboratório", alerta Camila.

     

    Entre as recomendações elaboradas ao governo, as organizações sociais e ambientais exigem o apoio à aplicação do principio da precaução à produção de agrocombustíveis e de suas matérias primas; a identificação dos biomas sensíveis e de alta biodiversidade como zonas de exclusão da produção de agrocombustíveis e de suas matérias primas (à exceção das atividades em pequena escala e de forma sustentável de agricultores familiares, comunidades locais e povos indígenas); e o veto ao desmatamento de vegetação primária e secundária para a produção de agrocombustiveis.

     

    Pedem ainda que seja assegurado que a produção de agrocombustiveis não venha a ameaçar a segurança alimentar e nutricional, comprometendo o alcance global dos Objetivos de Desenvolvimento do Milênio (ODMs); e que o governo dê apoio à recomendação de moratória da biologia sintética, assegurando que não seja permitida qualquer liberação destes organismos no ambiente, e que o seu uso comercial seja proibido (inclusive em ambientes confinados, como no setor de biorrefinaria), até que se entenda e avalie os impactos ambientais, culturais e socioeconômicos desta tecnologia.

     

    Visite o site do Centro de Monitoramento dos Agrocombustíveis (CMA)

     

    Read More
  • 05/10/2010

    Povo Pataxó Hã-Hã-Hãe retoma terras tradicionais na Bahia

    Por Haroldo Heleno/Equipe Itabuna

     

    Por volta das 4h30 da manhã de ontem, 4 de outubro, cerca de 70 famílias indígenas do povo Pataxó Hã-Hã-Hãe, cerca de 350 pessoas, retomaram as áreas hoje denominadas de Santa Maria, Santa Madalena, Serra das Águas, Serra do Ouro e Iracema, totalizando cerca de cinco mil hectares, todas localizadas na região dos Vinte e Cinco, entre os municípios de Pau Brasil e Itajú do Colônia.

     

    Segundo documento assinado pelas lideranças e enviado à Fundação Nacional do Índio (Funai) e às entidades de apoio, eles aguardam a mais de 28 anos por uma solução para que possam voltar em definitivo às suas terras. As áreas estão invadidas por fazendeiros de gado e cacau e desde 1982, a comunidade aguarda o resultado de uma Ação Cível Original de Nulidade de Títulos (ACO) impetrada pela Funai em favor da comunidade.

     

    No documento eles afirmam que percebem nada tem sido feito pelo governo em relação à causa Pataxó Hã-Hã-Hãe e que isso contribui diretamente com os conflitos entre indígenas e fazendeiros na região. “Lutamos pela ocupação integral de nossas terras com grandes latifundiários que defendem à “chumbo” seus interesses, o que têm ao longo dos anos nos legado grandes perdas. Essa situação mais tem demonstrado a falta de interesse dos nossos governantes em resolver um problema que não atinge apenas a comunidade indígena Pataxó Hã-Hã-Hãe, mas toda a região do entorno da terra indígena, com a falta de segurança, proliferação e disseminação do consumo de drogas, sendo muitas destas ações/atividades patrocinadas pelos agentes interessados em nossas terras”, afirmam no texto.

     

    Ainda segundo as lideranças, a intenção da ocupação é pressionar o governo a resolver a questão das terras, além de unir esforços junto aos parceiros nesta luta. Eles finalizam o documento dizendo que ocuparam a área que lhes é de direito e solicitando o apoio da saciedade civil. “Para nós é importante que a sociedade civil organizada e o poder público saiba que nossa intenção é reivindicar através das retomadas – símbolo da resistência Pataxó Hã-Hã-Hãe, a ocupação de nossas terras por fazendeiros, enquanto o governo nada faz para resolver nossos problemas. Diante do exposto solicitamos apoio da sociedade civil organizada, ONGs, autoridades e órgãos governamentais responsáveis pela questão indígena, na garantia dos nossos direitos conforme manifestado na CF de 1988, assim como, a nossa proteção física”.

     

    As lideranças já informaram que a Polícia Federal estaria se encaminhando para a área retomada juntamente com a Funai, para retirar os indígenas. Assim, a comunidade pede a ajuda de todos para que seus direitos sejam respeitados e afirmam que não sairão das áreas retomadas.

     

    Histórico

     

    Após 26 anos de espera, o Supremo Tribunal Federal (STF) finalmente deu início ao processo de julgamento da ACO nº 321 no dia 24 de outubro de 2008. Após rico e bem fundamentado voto favorável do ministro Relator Eros Grau, o ministro Menezes Direito solicitou vista do processo frustrando a comunidade Pataxó de ver por definitivo a questão da suas terras resolvida. Para piorar a situação, o ministro Menezes veio a falecer logo após este pedido de vista, não externando seu voto. Um novo ministro, Antônio Dias Toffoli, foi indicado para a sua vaga, mas até hoje o julgamento não foi retomado.  

    Read More
  • 05/10/2010

    Os guarani e a luta pela terra, entrevista com Egon Heck

    Política de “enrolação” não define o problema da distribuição desigual de terras no Brasil e só agrava a situação de miséria e exclusão dos índios, pontua Egon Heck. Estratégias fantasiosas foram desenvolvidas para colocar a população contra os povos indígenas

     

    Por: Márcia Junges

     

    A luta pela terra, contra a violência, a dependência, desnutrição e fome são constantes no cotidiano dos kaiowá guarani no Mato Grosso do Sul. Mas entre as diversas batalhas enfrentadas a que se destaca como a mais árdua e desafiadora é a luta por um pedaço de chão para viver com dignidade. Em uma estratégia para negar o direito dos índios à terra, foram desenvolvidas “teses fantasiosas e mentirosas, contrataram os melhores escritórios de advocacia, e não faltaram os antropólogos, arqueólogos e filósofos contratados para essa empreitada contra os direitos indígenas. Essa ampla mobilização foi desde os sindicatos Rurais, municípios, câmara dos vereadores, assembleia legislativa, órgãos de classe rurais e industriais, governador, deputados federais e senadores”.

     

    A denúncia é do coordenador do Conselho Indigenista Missionário – Cimi do Mato Grosso do Sul, Egon Heck, em entrevista concedida por e-mail à IHU On-Line. O alto índice de violência é agravado pela marginalização a que são expostos os índios, fadados a viver em beiras de estradas, periferias ou perambulando de cidade em cidade. “Nos últimos cinco anos os kaiowá guarani tiveram a metade, ou mais, de todos os assassinatos indígenas registrados no país, conforme o relatório de violência do Cimi”. Voz estridente contra o verdadeiro Holocausto em marcha contra as populações originárias, Heck explica que os índios continuam sendo uma pedra no sapato do “agronegócio porque não se resolve a questão das terras”. Pequenos avanços são percebidos no reconhecimento de algumas áreas, “cujos processos de regularização têm dado alguns passos com a publicação de portarias declaratórias, como os recentes casos das Terras Indígenas de Buriti (Terrena) e Sombrerito (kaiowá guarani)”.

    Egon Heck estará na Unisinos na próxima quinta-feira, 07-10-2010, quando fará uma conferência sobre as lutas dos guarani sul mato-grossenses. A atividade é parte integrante do Ciclo de Palestra Jogue Roayvu: História e Histórias dos Guarani. Pré-evento do XII Simpósio Internacional IHU: A Experiência Missioneira: território, cultura e identidade. Para conferir a programação completa do evento, clique aqui. Confira a entrevista.

     

    IHU On-Line – Quais são as principais lutas do povo guarani hoje, no Mato Grosso do Sul?

     

    Egon Heck – Eu destacaria várias lutas, fundamentalmente pela terra, violência, dependência, desnutrição e fome. Vejamos:

     

    Terra

     

    Dentre as diversas lutas enfrentadas pelos povos kaiowá guarani no Mato Grosso do Sul, a que se destaca como a mais árdua e desafiadora é a luta pela terra. É uma luta que vem recrudescendo na medida em que o tempo passa e a agroindústria e o agronegócio se estabelecem e se firmam em cima das terras tradicionais desse povo. Esse processo é agravado pelo fato do poder econômico e político estarem articulados e irredutíveis diante do direito dos povos indígenas às suas terras. Desde que foi assinado o Termo de Ajustamento de Conduta – TAC, em 12 de novembro de 2007, se desencadeou uma verdadeira guerra contra o reconhecimento das terras kaiowá guarani. Essa campanha, de uma virulência sem precedentes, esteve totalmente baseada em mentiras e com o único objetivo de gerar ódio às populações indígenas, jogando a sociedade contra eles e desencadeando uma onda de violências sem precedentes na história recente desse povo. E as propostas foram as mais absurdas e racistas possíveis, dentre as quais: “não vamos ceder um palmo de terra produtiva para os índios”; “que os kaiowá guarani sejam levados para as terras do Reverendo Moon, para a terra dos kadiwéw, ou para a Amazônia, onde os índios têm bastante terra”; “vamos manter nossas carabinas engraxadas”; “os índios vão inviabilizar o estado do Mato Grosso do Sul”; e “os guarani querem 12 milhões de hectares, vão acabar com 26 municípios, vão tomar 26 cidades…”. Em sua estratégia de negar o direito dos índios à terra, desenvolveram teses fantasiosas e mentirosas, contrataram os melhores escritórios de advocacia, e não faltaram os antropólogos, arqueólogos e filósofos contratados para essa empreitada contra os direitos indígenas. Essa ampla mobilização foi desde os sindicatos rurais, municípios, câmara dos vereadores, assembleia legislativa, órgãos de classe rurais e industriais, governador, deputados federais e senadores. Além disso, tem o apoio mais amplo da CNA, bancada ruralista e representantes do agronegócio em alguns estados.

     

    Violência

     

    A segunda questão, intimamente ligada à primeira, é o altíssimo nível de violência. O índice de assassinatos é superior a regiões em guerra. Nos últimos cinco anos, os kaiowá guarani  tiveram a metade, ou mais, de todos os assassinatos indígenas registrados no país, conforme o relatório de violência do Conselho Indigenista Missionário – Cimi . Diante dessa altíssima e permanente violência, agravadas cruelmente pelo alcoolismo e drogas, e fragilização dos laços sociais e familiares, as autoridades indígenas perdem o controle do processo e não sabem mais como agir. Os índios se veem compelidos a pedir a intervenção policial, e exigir políticas de segurança nas aldeias. Como consequência, vemos cada vez mais índios enchendo as prisões ou migrando para outras regiões, beiras de estrada ou mesmo periferias da cidade. A causa principal desse quadro é o confinamento e negação da terra. E na luta pela terra é que se revela o aspecto mais violento da ação contra as comunidades que retornam a suas terras sagradas e tradicionais, seus tekohá. Na maioria dos casos a ação é de pistoleiros fortemente armados e seguranças particulares (milícias privadas!) contratadas pelos fazendeiros. E a ação de expulsão violenta dos índios é normalmente imediata, pois conforme expressaram os ideólogos do agronegócio, a justiça é lenta e a presença nas áreas pode significar maior dificuldade para a retirada. Eles têm tanta certeza da expulsão dos índios que mantêm atualizado na internet um quadro onde explicitam o dia da “invasão”, e o dia da “retirada”.

     

    Dependência, desnutrição e fome

     

    Uma das lutas diárias da grande maioria das comunidades kaiowá guarani é pela sobrevivência, em especial pela alimentação. Mais de 90% das famílias depende direta e às vezes exclusivamente de cestas básicas e outros benefícios do governo. São 15 mil cestas básicas distribuídas pelo Estado e um grande número pelo governo federal. As consequências nefastas dessa situação acontecem em diversos níveis: físico, cultural, psicológico. Ter sua sobrevivência determinada de fora gera um permanente estado de sobressalto da fome (atrasos das cestas), acomodação, humilhação. “Nós guarani sempre vivemos bem de nosso trabalho na aldeia, e depois que nos roubaram a terra nos obrigam a essa cruel dependência da cesta básica. Não queremos continuar vivendo de cesta básica, queremos nossas terras…”, declarou recentemente uma liderança desse povo. Isso também os poderia livrar do único espaço de trabalho, que é o trabalho semiescravo nas usinas. Já foram 15 mil indígenas trabalhando na cana. Com o rápido processo de mecanização esse número já diminui para aproximadamente 12 mil, estando previsto um processo de total mecanização do setor sucroalcooleiro para os próximos anos. Isso gerará outro impacto forte sobre muitas comunidades.

     

    Uma das situações mais graves aconteceu recentemente na comunidade Ypo’y, município de Paranhos. Depois de terem dois de seus professores assassinados na primeira retomada, retornaram em 18 de agosto à mesma terra tradicional. Foram cercados imediatamente por jagunços, tendo sido fechadas as estradas, com eles buscando expulsar os índios pela fome. Após gritos e campanhas nacionais e internacionais, a situação ainda persiste de cerco e cerceamento de deslocamento de seus membros. Poderíamos ainda citar várias e importantes lutas na área de saúde, educação, onde conseguiram algumas conquistas e avanços, mas também existem ainda muitas deficiências e lacunas.

     

    IHU On-Line – Recuperando aspectos discutidos em outra entrevista à IHU On-Line, os kaiowá guarani continuam sendo a “pedra no sapato” do agronegócio do MS? Por quê?

     

    Egon Heck – Continuam sendo uma “pedra no sapado” do agronegócio porque não se resolve a questão das terras, fundamentalmente. Isso tem gerado uma certa intranquilidade nos investimentos novos e insegurança nos produtores cujas terras incidem sobre o território tradicional desses povos. Além disso, a mentalidade produtivista e desenvolvimentista, baseado no conceito da terra como simples mercadoria e objeto de produção, é questionada pelo modo de vida, relação com a terra e produção dos kaiowá guarani. Estes não querem suas terras de volta para produzir para o sistema, mas para nela reconstruírem seu modo de viver, seu “teko”. Isso é uma enorme pedra no sapato do modo de produção capitalista vigente.

     

    IHU On-Line – O que já avançou em relação à garantia dos direitos desse povo?

     

    Egon Heck – É possível constatar pequenos avanços no processo de reconhecimento de algumas terras, cujos processos de regularização têm dado alguns passos com a publicação de portarias declaratórias, como os recentes casos das Terras Indígenas de Buriti (terena)  e Sombrerito  (kaiowá guarani). Além das contestações na justiça que sofrem essas ações do executivo, existe uma morosidade em concluir o processo de todas as identificações das terras indígenas, previstas no Termo de Ajustamento de Conduta – TAC e tidas como prioridade no cronograma da Funai. O Ministério Público tem entrado na justiça cobrando os prazos estabelecidos no TAC. Os avanços mais significativos se verificam no processo de educação escolar, com um movimento de professores articulado e buscando cobrar, cada vez mais, escolas indígenas diferenciadas e de qualidade, conforme garante a Constituição. A crescente participação dos professores nos processos de luta pelos direitos das comunidades, especialmente da terra, é um desses avanços.

     

    IHU On-Line – Como avalia a política indigenista do governo de esquerda brasileiro?

     

    Egon Heck – A partir da realidade do Mato Grosso do Sul, pode-se dizer que foi uma política de enrolação, com muita conversa, prioridade, mas pouco avanço efetivo na garantia dos direitos, como à terra.  Na acomodação dos interesses dominantes, os direitos indígenas foram para baixo do tapete. O Programa de Aceleração do Crescimento – PAC implicou na gradual remoção dos obstáculos, dentre os quais muitas populações indígenas. As grandes obras avançaram na esteira de um modelo de desenvolvimento que, na prática, nega a existência da pluralidade, com mais de 230 povos indígenas no país. O paradoxo maior talvez tenha sido fazer avançar uma política com discurso de esquerda abrindo o campo para ações de direita. A habilidade no diálogo não significou decisões políticas de avanço na construção de novas relações, de respeito e afirmações das autonomias indígenas em seus territórios. Na prática houve alguns tímidos avanços e vitórias do movimento indígena, como a homologação da Raposa Serra do Sol, a criação da Comissão Nacional de Política Indigenistas (a expectativa era a criação do Conselho), a realização de Conferências, Seminários, Consultas, a reestruturação da Funai, em curso.

     

    IHU On-Line – O que tende a mudar para os índios com o resultado das eleições presidenciais?

     

    Egon Heck – Nas atuais tendências, seja quem for o vitorioso, o quadro para os povos indígenas não é nada animador. O crescimento a qualquer preço será o cenário mais provável. Neste jogo os índios, como moeda de troca, sofrerão graves impactos, especialmente no que se refere a seus territórios e recursos naturais. O tempo de acomodação dos interesses vitoriosos sempre tem significado um angustioso e violento tempo de espera (quarentena) para os povos indígenas. Provavelmente, não será diferente agora.

     

    IHU On-Line – Como a luta dos mapuches, do Chile, se irmana às lutas dos guarani e de outros povos indígenas brasileiros?

     

    Egon Heck – Existe uma crescente consciência de solidariedade entre os povos indígenas no continente bem como dos setores aliados a esta causa. A decisiva luta dos mapuches  por seus direitos, especialmente a recuperação de seus territórios e contra as leis vergonhosas da opressão e criminalização, como a “lei antiterrorista”, traz muito presente a prática colonial de mais de 500 anos, no afã de submeter e erradicar a resistência e direitos indígenas na colônia e depois nos estados nacionais. Nesse aspecto a luta do povo guarani, grande povo, presente em cinco países da América do Sul, também é um permanente questionamento às políticas de negação dos direitos aos povos nativos. É uma luta contra a criminalização, uma luta pelos direitos ao reconhecimento da pluralidade das nações, do reconhecimento das diferenças, de novas e necessárias organizações do poder, baseados nos compreensão de bem-viver dos povos indígenas. Esse processo de descolonização encontra resistência nas elites que sempre se locupletaram com os saques e privilégios. A luta dos mapuche, no Chile, é hoje uma das expressões fortes e duras da luta por direitos e mudanças estruturais profundas em Abya Yala, América, ameríndia.

     

    Read More
  • 04/10/2010

    Com quantas interrogações se constrói uma ferrovia?

    Entre os dias 29 e 30 de setembro, agentes da equipe da CPT Sul/Sudoeste estiveram em mutirão na cidade de Brumado levantando a realidade das comunidades de Represo, Capote, Quixaba, Lagoa da Rosa, Canal, povoado de Itaquarai, Barreiro Branco e Tocadas, que vêm sendo impactadas com o processo que envolve a implantação Ferrovia Oeste Leste – FIOL. Na visita notou-se que maior do que a ameaça da construção da ferrovia, o que mais incomoda aos moradores é a total desinformação sobre questões referentes à re-locação e indenização sobre poços, áreas plantadas, casas de adobe etc.

     

    Os moradores vêem suas propriedades sendo invadidas sem ao menos saber se podem contestar ou não, já que os funcionários da ECOPLAN (empresa responsável pelo levantamento topográfico) afrontam as famílias dizendo que aquela é uma obra do governo e que a permissão das comunidades não implica em nada na continuidade dos trabalhos.

     

    Durante o mutirão pode-se ouvir diversos relatos de desrespeito aos direitos dos moradores. Pessoas que temem não ter para onde ir, pessoas que começam a crer que são pequenas diante do tamanho do problema. Porém, faíscas de organização  e luta coletiva começam a crepitar nas comunidades, “se correr o bicho pegar, se ficar o bicho come, mas se nó se junta o bicho foge”.

     

    Um morador do Itaquaraí relatou que estava chegando de viagem e encontrou os topógrafos dentro de sua propriedade. Afirmaram que ali passaria a ferrovia e que a indenização seria com base no valor estipulado no ITR (Imposto Territorial Rural), os funcionários da ECOPLAN destruíram parte do plantio de maracujá e ainda afirmaram que a casa daquela família não poderia ser indenizada por ser uma construção de adobe.

     

    Dona Amaria, 71 anos viu derrubarem um umbuzeiro no seu quintal. Os topógrafos adentraram, sem permissão, a sua propriedade e começaram a cortar a árvore com a justificativa de que ali seria implantado um marco referencial. O marco que complementava a renda de D. Amaria, com cerca de 300 reais por ano, ainda era de grande valor sentimental para a família. A senhora pediu que os funcionários esperassem ao menos até o fim da colheita para fazer a derrubada. “Os olhos enchem de água quando olho para o quintal. Dá uma pena. Um umbuzeiro tão bom”, lamenta D. Amaria. Cabe salientar que o umbuzeiro é protegido pela Lei 3548/04, e quem infringir a lei estará sujeito a detenção e multa.

     

    Um morador da comunidade de Capote, disse que ao questionar sobre qual seria o benefício da ferrovia para comunidade, o funcionário lhe respondeu em tom jocoso que ele poderia ver o trem todos os dias passando em sua porta.

     

    Moradores de áreas que não possuem o título de propriedade, porém têm o legítimo direito de posse por tradicionalmente viverem na e da caatinga e das vazantes, estão sendo acuados pela empresa ECOPLAN que afirma que eles não têm direito algum sobre as terras. Que elas pertencerem ao Estado, e que por isso o governo pode fazer com aquelas terras o que bem entender.

     

    As falas do povo demonstram que maior que a preocupação quanto às indenizações é a certeza de que querem continuar suas vidas ali na terra em que todos “viram gente nascer, se criar e morrer”. Pois, como disse seu Joaquim da Comunidade de Represo “Se ao menos a ferrovia transportasse os maracujás e limão que nós plantamos aqui, até valeria o preço da dor”.

     

    A Ferrovia Oeste Leste faz parte do conjunto de obras feito sob medida para servir unicamente aos Grandes Projetos. Cerca de 85% da carga transportada pela FIOL será oriunda da mina Pedra de Ferro, da Bahia Mineração LTDA. O restante fica por conta das monoculturas que devastam o cerrado no Oeste baiano. As populações tradicionais são invisibilizadas e desconsideradas numa ação clara de racismo ambiental.

     

    O cotidiano de mais de 1000 famílias será completamente abalado sem que as mesmas tenham sido minimamente informadas e, sobretudo, sem que conheçam claramente os seus direitos. Teme-se que mais uma vez a paga pelo progresso seja a vida das comunidades, silenciadas em prol das negociatas entre o poder público e o capital privado, nestes casos quem paga o preço alto do negócio é o povo que sente mesmo quando a ferida não dói mais, pois continua doendo a cicatriz (B.Brecht).

     

    Read More
  • 04/10/2010

    CNBB parabeniza dom Erwin Krautler por prêmio Nobel Alternativo da Paz

    A Conferência Nacional dos Bispos do Brasil (CNBB), parabenizou, na manhã de hoje, 4, por meio de nota, o bispo da Prelazia do Xingu (PA), dom Erwin Krautler, por ter sido condecorado pela fundação sueca Right Livelihood Prize, com o Prêmio Nobel Alternativo da Paz, por seu trabalho, ao longo de décadas, em favor dos povos indígenas e dos pobres na Amazônia.

     

    Segundo a Presidência da CNBB, o prêmio faz justiça a este “grande pastor-profeta que honra a Igreja no Brasil e a CNBB. Admirado por sua profunda espiritualidade e vasta cultura, dom Erwin fez da opção pelos pobres a marca de seu ministério episcopal e de sua vida, comprometido de forma especial com a defesa dos povos indígenas, dos que têm seus direitos negados ou desrespeitados e com a preservação da natureza, especialmente na Amazônia”, destaca a nota.

     

    Confira abaixo a íntegra da nota da CNBB ao bispo do Xingu, dom Erwin Krautler:

     

    Dom Erwin Krautler, Nobel Alternativo da Paz

     

    A Conferência Nacional dos Bispos do Brasil – CNBB – congratula-se com Dom Erwin Krautler, bispo da Prelazia do Xingu, no Pará, pelo prêmio Nobel Alternativo da Paz, que lhe foi concedido, conforme anunciado no dia 30 de setembro passado, pela fundação sueca Right Livelihood Prize.

     

    O prêmio faz justiça a este grande pastor-profeta que honra a Igreja no Brasil e a CNBB. Admirado por sua profunda espiritualidade e vasta cultura, Dom Erwin fez da opção pelos pobres a marca de seu ministério episcopal e de sua vida, comprometido de forma especial com a defesa dos povos indígenas, dos que têm seus direitos negados ou desrespeitados e com a preservação da natureza, especialmente na Amazônia.

     

    Ao conceder a Dom Erwin Krautler tão grande honraria, a fundação Right Livelihood Prize presta inestimável apoio às causas por ele defendidas e dá-lhes uma visibilidade de grande alcance no cenário internacional, contribuindo, assim, para o reconhecimento dos empobrecidos e a restauração de sua dignidade.

     

    Pedimos à Virgem de Nazaré que, junto a seu Filho Jesus Cristo, interceda sempre por Dom Erwin para que continue firme na defesa da vida dos povos indígenas e dos pobres.

     

    Brasília, 4 de outubro de 2010

     

    Dom Geraldo Lyrio Rocha

    Arcebispo de Mariana (MG)

    Presidente da CNBB

     

    Dom Luiz Soares Vieira

    Arcebispo de Manaus (AM)

    Vice-presidente da CNBB

     

    Dom Dimas Lara Barbosa

    Bispo Auxiliar do Rio de Janeiro (RJ)

    Secretário Geral da CNBB

     

    Read More
  • 04/10/2010

    Eleição em Buerarema (BA): liderança indígena tupinambá é agredida por policial

    O indígena Zeno Tupinambá foi agredido com vários tapas e xingamentos por uma policial militar, neste domingo (3), quando entrava na cidade de Buerarema para votar. Zeno vinha num ônibus da comunidade Serra do Padeiro e foi interceptado pela policial, que o mandou descer do veículo e exigiu aos gritos e xingamentos, material de campanha, que ela dizia estar no carro.

    Zeno negou veementemente que haveria material de campanha no ônibus, mesmo sendo agredido com tapas e xingamentos pela policial. Depois das agressões a policial acabou liberando o veículo.

    Os indígenas já previam a situação e chegaram a enviar documentos para o Ministério Público solicitando apoio de segurança para garantir o direito de ir e vir e de se expressar no dia da eleição. Muitos boatos e ameaças haviam sido feitos à comunidade. Na sexta-feira (1), foram distribuídos panfletos por toda a cidade, discriminando os candidatos que diziam apoiar a luta do povo Tupinambá e Pataxó Hã-Hã-Hãe de Pau Brasil. Os indígenas pedem que justiça seja feita e que as devidas providências sejam tomadas sobre estas e outras agressões em relação à comunidade.

    Read More
Page 781 of 1235