• 03/11/2014

    Lettera dei leaderes Kaingang e Guarani dello stato del Rio Grande do Sul alla presidente della repubblica Dilma Rousseff

    Noi, leaderes indigeni dei popoli Kaingang e Guarani dello stato del Rio Grande do Sul, riuniti nella cittá di Passo Fundo, nei giorni 30 e 31 di ottobre del 2014, ci dirigiamo rispettosamente a Sua Eccellenza complimentandola per essere stata rieletta ma, principalmente, per esporle le nostre preoccupazioni a riguardodella politica indigenista imposta nel decorrere del suo primo mandato e, nello stesso tempo, presentarle le nostre rivendicazioni, fondamentalmente quelle che sono in sintonia con le norme contenute nella Costituzione Federale.

    Signora Presidente, le comunitá Kaingang e Guarani che lottano per la demarcazione delle loro terre tradizionali "Re Kuju (Campo do Meio), Ketyjug Tegtu (Santa Maria, Três Soitas), Rio dos Índios, Xingú, Lajeado do Bugre, Mato Castelhano, Morro do Osso, Passo Grande da Forquilha, Kandóia, Faxinal e Irapuá, Mato Preto, Canta Galo, ripudiano la política anti-indigeni attualmente in corso nel Brasile e che provoca, come consequenza, la paralizzazione dei processi demarcatori come anche la criminalizzazione di qualsiasi movimento che porti al riconoscimento delle nostre aree e dei nostri diritti.

    La Signora Presidente della Repubblica, durante questi ultimi quatro anni, ha trasformato la FUNAI (Fondazione Nazionale dell’Indio. Organo federale subordinato al Ministero della Giustizia) in un organo svincolato dal suo governo, trattandolo come ‘perturbatore’ senza conferirgli la capacitá di intervento e di azione nell’ambito delle sue attribuzioni primordiali: la demarcazione delle aree indigene, la loro protezione ed il controllo su di esse.

    Oltre a ció, Signora Presidente, i popoli Kaingang, Guarani e le comunitá Quilombolas (discendenti di schiavi) continuano a vivere accampati sotto le baracche, soffrendo minacce, discriminazioni raziali e la sonseguente mancanza di una elementare attenzione che portano queste comunitá ad una situazione miserabile.

    Questa situazione, Sinhora Presidente, é aggravata dall’azione di deputati, sindaci, organizzazioni dell’agrobusiness e di altri policiti faccendieri che stimolano atteggiamenti razzisti ed incitano alla violenza contro questi popoli. Un esempio puó essere il video-clip postato nelle reti sociali, che ha anche avuto ripercussione in vari mezzi di comunicazione, che contiene i discorsi dei deputati federali Luis Carlos Heinze e Alceu Moreira, parlamentari che sostengono il suo governo. Nel Rio Grande do Sul, il mese scorso, molti candidati al governo statale e federale sono stati eletti grazie ai loro discorsi razzisti, oltretutto mandati in onda negli spot della propaganda elettorale gratuita nelle televisioni di tutto il paese.

    Signora Presidente, Lei sa che i diritti degli indios e dei quilombolas soffrono attacchi costanti e nemmeno sarebbe necessario ricordarglielo. É cosí evidente che Lei é a conoscenza di tutto questo, che ha chiesto al Ministro della Giustizia di sospendere tutti i processi di demarcazione delle nostre aree. E noi siamo coscienti, Signora Presidente, che questo fatto é successo perché il suo governo soffre forti pressioni dei suoi alleati della lobby dei latifondisti in Parlamento, alla quale la Signora rende omaggio, ogni anno, con milioni provenienti dai fondi pubblici che finanziano l’agrobusiness. É opportuno ricordarle, Signora Presidente, che se fosse per il merito di questi suoi alleati, Lei avrebbe perso le elezioni domenica scorsa perché hanno appoggiato, in blocco, il suo avversario!

    Le aree ed i territori, Signora Presidente, qui nel Rio Grande do Sul, stanno soffrendo un processo di degradazione grazie al capitalismo (monoculture ed uso sfrenato di agrotossici). L’unica alternativa per proteggere e preservare la natura e le sue risorse, Signora Presidente, é demarcare le nostre aree. Non stiamo chiedendo altro che quello che dovrebbe giá essere stato realizzato dal suo governo come determina la Costituzione Federale, la Convenzione 169 dell’OIT e la Dichiarazione sui Popoli Indigeni dell’ONU.

    Vogliamo allertarla, Signora Presidente, che noi siamo contro i progetti di legge in andamento nel Parlamento che sono contrari ai nostri diritti in materia di aree indigene come, per esempio, la PEC (Progetto di Emendamento Costituzionale) 215/2000, il Progetto 303/2012 e il PLP 227/2012.

    Siamo contrari a qualsiasi tentativo di alterazione dei nostri diritti costituzionali, soprattutto quelli che Il Supremo Tribunale Federale (la Cassazione)  cerca di forgiare stabilendo come criterio di demarcazione delle nostre aree la famigerata “delimitazione temporale del 1988”, anno della promulgazione della nuova Costituzione (la delimitazione temporale concederebbe agli indios la terra sulla quale si trovavano nel 1988. Gli indios che, da quell’anno in poi, hanno rioccupato le loro aree invase, rubate o vendute dai vari governi, non avrebbero il diritto di occuparle). Vogliamo avvisarla, Signora Presidente, che questa manovra é alimentata dalla AGU – Advocacia Geral da União (Avvocatura dello Stato), organo del suo governo.

    Noi, popoli indigeni, esigiamo dalla Presidente della Repubblica e dalla sua base di governo una posizione contraria a tutti questi progetti genocidi. Oltre a questo, Signora Presidente, il Ministro della Giustizia e la FUNAI devono assumersi il compito di liberare dagli invasori l’Area Indigena Rio dos Índios e che sia realizzato il catasto fondiario dell’Area Indigena Passo Grande da Forquilha, pubblichi il documento finale delle Aree Indigene Kaindóia e Irapuá e Mato Preto. Che la FUNAI concluda gli studi antropologici delle Aree Indigene Lajeado do Bugre, Xingú, Morro do Osso, Mato Castelhano e Carazinho, Itapuã/Ponta da Formiga/Morro do Coco, Passo Grande/Petim/Arroio do Conde e crei il Gruppo Tecnico di Lavoro (GT) per l’identificazione e delimitazione delle aree indigene Campo do Meio, Faxinal e Katyjug Tegtu (Santa Maria, Três Soitas), e li pubblichi sulla Gazzetta Ufficiale.

    I leaderes indigeni, Signora Presidente, seguendo la proposta del Ministro della Giustizia, sono sempre stati disposti a dialogare. Nonostante questo, siamo stati ingannati e le chiamate “tavole di dialogo” non sono mai state realizzate. Signora Presidente, la allertiamo anche a rispetto del cronogramma di azione della FUNAI e leaderes indigeni, costruito nella cittá di Passo Fundo, nel dicembre del 2011 e mai realizzato. Esigiamo che siano dati i passi concreti perché la Costituzione Federale sia compiuta.

    La Signora, assumendo la Presidenza della Repubblica, ha giurato di difendere la Costituzione Federale. Nei suoi primi quattro anni di governo, dobbiamo sottolineare, che lei non ha rispettato questo giuramento. E speriamo che, in questo suo nuovo mandato, il suo giuramento non sia, un’altra volta, fatto in vano. Desideriamo che la Signora non assuma come agenda esclusiva le esigenze economiche e politiche dei segmenti dell’agrobusiness e, conseguentemente, escludendo i diritti dei popoli indigeni, dei quilombola, delle famiglie di contadini senza terra e delle altre comunitá tradizionali che dipendono dalla terra per sopravvivere.

    Difronte a tutto questo, Signora Presidente noi, popoli indigeni Kaingang e Guarani speriamo che Lei determini l’applicazione immediata della Costituzione Federale nei suoi Articoli 231, 232, l’Art. 67 dell’Atto delle Disposizioni Costituzionali Transitorie (ADCT) che dice che “Lo Stato concluderá la demarcazione delle Aree Indigene nell’arco di cinque anni a partire dal giorno della promulgazione della Costituzione”. Da quella data sono trascorsi 26 anni e la maggior parte delle aree indigene non é ancora stata demarcata. Signora Presidente, speriamo da Lei la stessa sollecitudine per quanto riguarda il diritto dei Quilombola espresso dall’Articolo 68 della ADCT che assicura “ai discendenti delle comunitá dei quilombo che occupano le loro aree é riconosciuta la proprietá definitiva, dovendo lo Stato emettere i titoli legali rispettivi”.

    Signora Presidente, speriamo che il suo nuovo governo lavori effettivamente per garantire i diritti dei popoli indigeni, dei quilombolas, delle comunitá contadine, delle comunitá della foresta e di quelle lungo i grandi fiumi. Che il suo giuramento sulla Magna Carta non sia, ancora una volta, in vano. Per questo, Signora Presidente, Il dialogo sereno e tranquillo é l’inizio di tutto. Proponiamo giá adesso, che la Signora riceva in udienza i nostri leaderes, specialmente quelli di comunitá che vivono accampate e quelle che hanno rioccupato le loro aree tradizionali, perché possa ascoltare le nostre parole, ascolti le storie della nostra sofferenza e prenda le decisioni corrette per garantire i nostri diritti.

    Abbiamo fiducia in un governo piú serio ed impegnato con le cause di quelli che sono piú provati.

    Passo Fundo, 31 di ottobre del 2014.

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  • 03/11/2014

    Boletim Mundo: Documento Final do 2° Encontro Nacional sobre Educação Escolar Indígena

     

    De 28 a 31 de outubro, professores, professoras e lideranças indígenas, representantes de 52 povos de todas as regiões do Brasil, reunidos no Centro de Formação Vicente Cañas, no 2° Encontro Nacional sobre Educação Escolar Indígena, debateram e refletiram sobre a situação da educação escolar indígena no Brasil. Os indígenas reivindicaram uma educação que valorize os saberes tradicionais e contemple as especificidades de cada etnia.

     

    Confira aqui o documento final do encontro:

     

    Nós, professores, professoras e lideranças indígenas, representantes de 52 povos de todas as regiões do Brasil, reunidos no Centro de Formação Vicente Cañas, em Luziânia (GO), no 2° Encontro Nacional sobre Educação Escolar Indígena, debatemos e refletimos sobe a situação da educação indígena e a educação escolar indígena no Brasil.

    Considerando toda a caminhada das comunidades, professores e lideranças de todo o Brasil, nós professores indígenas, somos os pioneiros em abraçar a causa de uma verdadeira educação indígena e neste 2° Encontro soltamos os nossos gritos de guerra “Educação é um direito, mas tem que ser do nosso jeito” e “Direitos conquistados não podem ser negados”.

    Durante esses quatro dias analisamos a conjuntura política nacional e percebemos o aprofundamento do ataque aos nossos direitos. Diante disso, protocolamos no Palácio do Planalto um documento onde apontamos as dificuldades que encontramos para podermos fazer uma educação específica, diferenciada e de qualidade nas comunidades. Sabemos que a educação escolar indígena já é um direito conquistado e que vem sendo negado; conhecemos o Modelo de Educação Própria, ouvindo sobre a experiência do povo indígena Shuar, do Equador; refletimos sobre a escola colonizadora, que tem o currículo como conteúdo e a escola descolonizada, que tem o currículo como identidade; e refletimos ainda sobre sistemas abertos.  Dessa forma, entendemos a Educação Escolar Indígena como um foco principal da nossa realidade, na luta pela sobrevivência em nossos territórios, pelos nossos saberes, pelas tecnologias, nossos modos de produção e nossas cosmologias.

    Leia mais: Professores indígenas protestam em Brasília pela demarcação das terras e melhorias na educação

    Diante dos fatos acontecidos nas escolas dentro das aldeias, viemos repudiar a omissão dos Estados e municípios, que não priorizam o investimento de recursos nas escolas indígenas, as interferências que vem sendo impostas como obstáculos para não sistematizar os currículos indígenas no sistema nacional de educação; a não consulta e participação ativa dos povos indígenas na criação das Universidades Indígenas e outras instâncias publicas; a não participação de professores e lideranças indígenas na reformulação dos currículos.

    Queremos através deste documento dizer aos governantes, que as nossas escolas indígenas sejam reconhecidas e respeitadas, obedecendo os sistemas de educação próprio de cada povo, cada um com suas especificidades, no seu modo de ser, viver, se organizar, de relacionar com o sagrado, reconhecendo nossas bibliotecas que oferecem nossos livros práticos, as nossas disciplinas tradicionais que se encontram dentro dos nossos territórios. Que as esferas federais, estaduais e municipais reconheçam a autonomia das escolas indígenas.  

    Este encontro foi para nós um fortalecimento cultural tratando com muito respeito, delicadeza o conhecimento e as sabedorias dos nossos ancestrais.

     

  • 02/11/2014

    Lideranças Kaingang e Guarani se posicionam contra a criação do Instituto Nacional de Saúde Indígena

    Nós, lideranças Kaingang e Guarani do Rio Grande do Sul, reunidas em Passo Fundo, nos dias 30 e 31 de outubro, refletimos e discutimos sobre a proposta do Ministério da Saúde de criação de um Instituto Nacional de Saúde Indígena.

    Durante a reunião as lideranças repudiaram a pretensão governamental por entenderem que se trata de uma estratégia de terceirização e privatização da saúde indígena e que isso fere diretamente o direito dos povos indígenas a um sistema de saúde específico e diferenciado, ligado ao Sistema Único de Saúde.

    As lideranças consideram a proposta do governo como um desrespeito à luta histórica dos povos indígenas por um subsistema de saúde diferenciado, garantido sobretudo pela Constituição de 1988 e pela Lei Arouca.

    O Ministério Público Federal se posicionou contra o INSI e nós concordamos com esse posicionamento porque a proposta segue na contramão das instâncias de controle social, conquistadas sofridamente pela luta dos indígenas no passado.

    Ressaltamos que a nossa proposta é de fortalecimento da Sesai, pois ela é conquista nossa e não vamos permitir que tirem dos povos indígenas tudo que conquistamos.

    Exigimos mais diálogo e não aceitamos que apenas pessoas que administram os distritos tenham possibilidade de se manifestar. Não fomos consultados, não nos convidaram para tratar do tema.

    Reafirmamos que somos contra o INSI e a favor do Subsistema de Atenção Diferenciada. Queremos uma Sesai fortalecida e não aniquilada por uma proposta que visa, na prática, a transferência das obrigações pela assistência à saúde para terceiros. E nós sabemos que nisso tudo há interesses econômicos, pois os recursos disponibilizados para a atenção à saúde aumentaram significativamente nos últimos anos e é nestes recursos que estão focados os interesses da iniciativa privada.

    Nós lideranças Kaingang e Guarani exigimos respeito e diálogo. Não nos ouviram. Nós somos contra o Instituto Nacional de Saúde Indígena.

    Passo Fundo, 31 de outubro de 2014.

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  • 02/11/2014

    Carta Aberta dos povos indígenas Kaingang e Guarani do RS à presidente da República

    É bom lembrar a Senhora que se fosse por causa desses seus aliados [do agronegócio], a senhora teria perdido as eleições”.

    Nós lideranças indígenas dos povos Kaingang e Guarani do Rio Grande do Sul, reunidas em Passo Fundo (RS), nos dias 30 e 31 de outubro de 2014, dirigimo-nos respeitosamente a V. Excia., cumprimentando-a pela reeleição, mas especialmente para expor nossas preocupações com a política indigenista imposta no decorrer do seu primeiro mandato e, ao mesmo, apresentar nossas reivindicações, fundamentalmente aquelas que estão em conexão com as normas contidas na Constituição Federal.

    Senhora Presidente, as comunidades Kaingang e Guarani que lutam pela demarcação de suas terras tradicionais Re Kuju (Campo do Meio), terras indígenas de Ketyjug Tegtu (Santa Maria, Três Soitas), Rio dos Índios, Xingú, Lajeado do Bugre, Mato Castelhano, Morro do Osso, Passo Grande da Forquilha, Kandóia, Faxinal e Irapuá, Mato Preto, Canta Galo, repudiam a política antiindígena que está em curso no Brasil e que traz como consequência a paralisação dos processos demarcatórios e a criminalização das lutas pela terra e por direitos.

    A senhora, ao longo dos últimos quatro anos transformou a Funai num órgão desvinculado de seu governo, tratando-o como estorvo e não dando a ele a capacidade de intervenção e de ação no âmbito de suas atribuições primordiais: a demarcação das terras, sua proteção e fiscalização.

    Enquanto isso, senhora presidente, os povos Kaingang, Guarani e as comunidades Quilombolas continuam a viver em situação de acampados e sofrendo ameaças, atitudes de racismo e a consequente falta de atendimento básico que levam a uma situação de miserabilidade.

    Tal situação é agravada pela ação de deputados, prefeitos, organizações representativas de agricultores e outros políticos interesseiros que estimulam atitudes preconceituosas e incitam a violência contra os povos. Exemplo claro foi o vídeo que circulou nas redes sociais da internet, com ampla repercussão em outros meios de comunicação onde contém os discursos dos deputados federais Luis Carlos Heinze e Alceu Moreira, que são parlamentares de sua base de apoio. No Rio Grande do Sul muitos candidatos a deputados federais e estaduais se elegeram com discursos igualmente racistas, inclusive veiculados nos programas da propaganda eleitoral gratuita.

    A senhora é sabedora de que os direitos indígenas e quilombolas sofrem ataques constantes e não precisaríamos nem estar lembrando isso. Tanto é  que solicitou ao Ministério da Justiça suspendesse todas as demarcações de terras. E nós somos sabedores, senhora presidente, que isso ocorreu porque o seu governo sofre pressão destes seus aliados da bancada ruralista no Congresso Nacional, a quem a Senhora agrada a cada ano com bilhões de reais do orçamento público para financiar o agronegócio. É bom lembrar a Senhora que se fosse por causa desses seus aliados, a Senhora teria perdido as eleições.

    As terras e territórios aqui no Rio Grande do Sul, estão sendo degradados pelo capitalismo (monoculturas e o uso de agrotóxicos). A única alternativa para proteger e preservar a natureza e seus recursos, Senhora Presidente, é demarcar as nossas terras. Não pedimos nada além daquilo que já deveria ter sido feito pelo seu governo em cumprimento à Constituição Federal, à Convenção 169 da OIT e à Declaração sobre os Povos Indígenas da ONU.

    Alertamos que nós somos contra os projetos de leis que tramitam no Congresso Nacional contra nossos direitos a terra, a exemplo a PEC 215/2000, Portaria 303/2012 e PLP 227/2012. Somos contra qualquer tentativa de alteração dos nossos direitos constitucionais, especialmente os que estão sendo forjados no âmbito do Supremo Tribunal Federal que pretende estabelecer como determinante para as demarcações de nossas terras o chamado marco temporal de 1988. Alertamos a Senhora que esta é mais uma manobra e que vem sendo alimentada pela Advocacia Geral da União (AGU ), órgão do seu governo.

    Nós, povos indígenas, exigimos da presidente da República e sua base de governo uma posição contrária a esses projetos genocidas e a proposta do marco temporal. Além disso, Senhora Presidente da República, o Ministério da Justiça e a Funai devem realizar a desintrusão da Terra Indígena Rio dos Índios, e que se faça o levantamento fundiário da Terra Indígena Passo Grande da Forquilha, publique a portaria declaratória da Terra Indígena Kaindóia e da Terra Indígena Irapuá e Mato Preto. Que a Funai conclua os laudos antropológicos e publique os relatórios das terras indígenas de Lajeado do Bugre, Xingú, Morro do Osso, Mato Castelhano e Carazinho, Itapuã/Ponta da Formiga/Morro do Coco, Passo Grande/Petim/Arroio do Conde e crie Grupo Técnico de Trabalho (GT) para a identificação e delimitação das terras indígenas Campo do Meio, Faxinal e Katyjug Tegtu (Santa Maria, Três Soitas), que já estão sendo solicitados há anos.

    As lideranças indígenas se dispuseram ao diálogo conforme proposto pelo ministro da Justiça, no entanto as tais “mesas de diálogo” não passaram de enganação. Senhora Presidente, alertamos também que não foi cumprido o cronograma de ação da Funai e lideranças indígenas, construído em Passo Fundo, em dezembro de 2011. Os povos exigem que sejam dados passos concretos para o cumprimento da Constituição Federal.

    A senhora, ao assumir a presidência da República, jurou defender e aplicar a Constituição Federal, mas lamentavelmente não o fez nestes quatro anos. Esperamos que em seu novo mandato seu juramento não seja mais uma vez em vão. Esperamos que a senhora não assuma, como pauta exclusiva, às exigências econômicas e políticas dos segmentos do agronegócio e com isso excluindo de seus direitos os povos indígenas, os quilombolas, os sem terra e as demais comunidades tradicionais que dependem da terra para sobreviver.

    Diante disso, nós os povos indígenas Kaingang e Guarani, esperamos que a Senhora determine o cumprimento imediato da Constituição Federal em seus artigos 231, 232, o Art. 67 do Ato das Disposições Constitucionais Transitórias (ADCT), que diz que “A União concluirá a demarcação das terras indígenas no prazo de cinco anos a partir da promulgação da Constituição”. Passaram-se 26 anos e a maior parte das terras indígenas ainda não foi demarcada. senhora presidente, esperamos da Senhora a mesma atitude com relação aos direitos dos Quilombolas, portanto, que se faça cumprir o Art. 68 das ADCT que assegura “Aos remanescentes das comunidades dos quilombos que estejam ocupando suas terras é reconhecida a propriedade definitiva, devendo o Estado emitir-lhes os títulos respectivos”.

    Esperamos que seu novo governo atue efetivamente para garantir aos povos indígenas, quilombolas, às comunidades do campo, das matas e das águas os direitos constitucionais. Que seu juramento sobre a Carta Magna não seja mais uma vez em vão. Por isso, Senhora Presidente, o diálogo sereno e tranquilo é o início de tudo. Propomos, desde logo, que a Senhora receba em audiência nossas lideranças, especialmente das comunidades que vivem em situação de acampamento e em retomada de terra tradicional, para que ouça as nossas palavras, ouça nossos sofrimentos e tome decisões corretas para garantir os nossos direitos.

    Confiamos num governo mais sério e comprometido com as causas dos que mais sofrem.

    Passo Fundo, 31 de outubro de 2014.

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  • 02/11/2014

    Nota de repúdio contra a prisão do Cacique Wélton Suruí

    Queremos expressar toda a nossa indignação e repúdio através desta nota perante a prisão do líder indígena Wélton Suruí, cacique da Aldeia Itahy, do Povo Aikewar, conhecidos popularmente como Suruí, que foi preso no dia 29.10.2014, pela Polícia Federal na sede da Coordenação Técnica da FUNAI, em Marabá, por ordem do juiz da 2º Vara Federal de Marabá, Dr. Heitor Moura Gomes, o qual alega contra o cacique uma série de crimes, quando nem mesmo os inquéritos da Polícia Federal estão conclusos e devidamente embasados para tal. Para nós, essa prisão é reflexo de um duro e covarde processo de perseguição política, criminalização dos indígenas e das lutas sociais que o Governo Federal, através de seus órgãos repressores, vem promovendo contra todas as lideranças e suas respectivas comunidades indígenas que estão há tempos numa luta permanente para que seus direitos fundamentais sejam garantidos e respeitados, como acesso à saúde específica e de qualidade, conforme determina à própria lei.

    Quem conhece sabe que o jovem líder indígena é um homem trabalhador, pai de três filhos, honesto, lutador, defensor dos direitos do seu povo, além de muito conhecido e respeitado na sua região. É profundamente comprometido com o bem comum e a segurança da sua comunidade. Wélton Suruí é uma liderança indígena que sempre primou pelo diálogo entre os órgãos do estado e todas as comunidades atingidas pela implantação dos grandes projetos nessa parte da Amazônia, sobretudo, promovendo um sério debate em torno do direito da consulta prévia, livre e informada dos povos indígenas com relação à implantação arbitrária e desrespeitosa de empreendimentos de mineração no entorno dos territórios indígenas. É verdadeiramente um jovem com espírito coletivo, que está sempre solidário com a luta dos seus parentes em qualquer parte do Brasil. Em outras palavras, queremos dizer que o Wélton Suruí, definitivamente não representa nenhum perigo para a sociedade, conforme alega seus acusadores.

    O fato mesmo é que o Wélton está sendo perseguido e processado simplesmente por está à frente do seu povo defendendo os direitos da sua comunidade, negados e negligenciados historicamente pelo Estado Brasileiro, onde nem a Justiça Federal, a Polícia Federal e o MPF fazem absolutamente nada para punir o Serviço Especial de Saúde Indígena (SESAI) pelos crimes de negligência, descaso e abandono no que se refere ao atendimento de saúde para a comunidade do jovem líder. Enquanto os desmandos de certos diretores da SESAI continuam, torna-se perceptível que os verdadeiros problemas e reivindicações dos povos indígenas são omitidos enquanto que a criminalização é imposta como uma forma de intimidação.

    Há anos que a comunidade Suruí da Aldeia Itahy reivindica junto à SESAI e aos demais órgãos de justiça à construção de um posto de saúde, a contratação de um técnico de enfermagem, o envio de medicamentos, bem como outros serviços de saúde e, só recebem promessas e informações que procedimentos administrativos e jurídicos foram abertos para apurar os casos.

    Enquanto isso, quem sofre com a falta desse serviço são os membros da comunidade Suruí, não as autoridades competentes e, muito menos, os servidores e dirigentes da Sesai na região. 

    Portanto, ressaltamos que o companheiro Wélton definitivamente não é culpado dos supostos crimes que a SESAI alega que ele cometeu, mas sim, vítima de um perverso processo de omissão, negligencia e descaso do Governo Brasileiro para com os direitos dos povos indígenas do Brasil. É claro para todos que a política de atendimento à saúde indígena é precária e continua matando centenas de crianças no Brasil a fora e mais uma vez, e o Estado não toma providência alguma para mudar essa realidade.

    Sendo assim, gostaríamos de chamar a atenção da sociedade, afirmando que, a prisão e os processos jurídicos contra o Wélton Suruí repetem práticas que acontecem por todo país, que perpassa pela Criminalização dos Povos Indígenas e a Criminalização de todos aqueles que lutam e defendem os direitos do povo. Por isso, REPUDIAMOS novamente a decisão do juiz da 2º Vara Federal de Marabá, o  Excelentíssimo Dr. Heitor Moura Gomes,  exigimos que a justiça seja feita e, os verdadeiros responsáveis sejam punidos e processados.

    ASSINAM ABAIXO ESTA NOTA SEGUINTES ORGANIZAÇÕES:

    Cajueiro – Centro de Formação, Assessoria e pesquisa em Juventude

    Cartografia Social do Sul e Sudeste do Pará / NCSA

    Comissão Pastoral da Terra – Regional Norte 2

    Comunidades Eclesiais de Base – CEB’s

    Conselho Indigenista Missionário – Regional Norte 2

    Consulta Popular – Pará

    Coordenação do Curso Técnico em Agroecologia Integrado ao Ensino Médio dos Povos Indígenas do Sudeste Paraense – do Campus Rural de Marabá CRMB/IFPA

    Diretório Acadêmicos dos Estudantes da UEPA/Marabá – DA/UEPA Marabá

    Diretório Central do Estudante da UNIFESSPA – DCE/Unifesspa

    Estudantes do Curso Técnico em Agroecologia Integrado ao Ensino Médio dos Povos Indígenas do Sudeste Paraense – do Campus Rural de Marabá CRMB/IFPA

    Fórum Regional de Educação do Campo

    Levante Popular da Juventude – LPJ

    Movimento Debate e Ação

    Movimento dos Trabalhadores Sem-Terra – MST

    Movimento Nacional pela Soberania Popular frente à Mineração – MAM

    Movimento dos Atingidos por Barragem – MAB

    Pastoral da Juventude – Regional Norte 2

    Pastorais Sociais – Diocese de Marabá

    Sindicato dos Professores da UNIFESSPA – SINDIUNIFESSPA

    ASSINAM ESTA NOTA OS POVOS INDÍGENAS:


    Aikanã

    Apañjekra Canela

    Apinajé

    Apurinã

    Bororo

    Gavião

    Guajajara e Awa Guajá

    Guarani

    Guarani Kaiowá

    Ikpeng

    Irantxe

    Kaingang

    Kampa

    Karajá

    Karajá Xambioá

    Karitiana

    Kaxarari

    Kaxixó

    Kayabi

    Kinikinawa

    Krahô

    Krahô-Kanela

    Krikati

    Kulina

    Munduruku

    Myky

    Nikini

    Oro Waram 

    Oro Waran Xijein

    Pataxó Hã-Hã-Hãe

    Purubora

    Suruí

    Tapirapé

    Tapuia

    Tembé

    Terena

    Tupinambá Pataxó

    Xakriabá

    Xerente

    Yanomami

     

     

     

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  • 31/10/2014

    MPF pede revogação da prisão do cacique Elton Suruí

    O Ministério Público Federal enviou à Justiça Federal de Marabá pedido de reconsideração para que seja revogada a prisão preventiva decretada contra o cacique Elton Suruí, preso ontem no sudeste do Pará e trazido hoje para Belém. Para o MPF, não estão presentes os requisitos mínimos que justifiquem a prisão preventiva. Nem o MPF, nem a Fundação Nacional do Índio (Funai) foram ouvidos pelo juiz federal Heitor Moura Gomes, que decretou a prisão.

    O cacique Elton Suruí é importante liderança do povo Aikewara, também conhecidos como Suruí do Pará, e vem conduzindo, desde 2013, uma série de mobilizações reivindicando a solução de problemas no atendimento à saúde do povo indígena e a compensação pela construção da BR-153, que corta a terra indígena. Os protestos, por várias vezes, ocorreram com a presença de outras etnias, também prejudicadas pela precariedade do atendimento prestado pela Secretaria de Saúde Indígena, ligada ao Ministério da Saúde.

    Por fatos supostamente ocorridos no dia 5 de agosto, a delegacia da Polícia Federal de Marabá abriu um inquérito, datado do último dia 22 de setembro. Em 2 de outubro passado, o delegado responsável pela investigação enviou pedido à Funai de Marabá para que o cacique Elton comparecesse à delegacia e agendou o depoimento para o dia 3 de fevereiro de 2015. “Duas semanas após designar para fevereiro a data da oitiva, a autoridade policial representou pela prisão preventiva, sem que qualquer fato novo se vislumbre nos autos”, relata o pedido de revogação do MPF.

    De acordo com relatos da mídia local, o cacique compareceu à Funai ontem (29 de outubro) para se informar sobre o inquérito e foi abordado de surpresa por agentes da Polícia Federal, que cumpriram imediatamente o mandado de prisão preventiva. Logo em seguida, o cacique foi encaminhado para Belém, onde permanece.

    “Se não há urgência em ouvir o investigado, se não há prova de comoção social, se não há indício nem mesmo relatado de coação a testemunha e se o investigado não indica intenção de ausentar-se do local dos fatos, qual o motivo determinante da necessidade de segregação cautelar?”, pergunta o MPF, que lembra a jurisprudência do Supremo Tribunal Federal que só admite prisão preventiva após demonstração da gravidade concreta dos fatos e não apenas uma gravidade abstrata, suposta ou pressuposta.

    Para o MPF, “não é razoável que, passados mais de sessenta dias dos fatos investigados, sem qualquer dado novo que aponte comoção social em decorrência deles, sem qualquer elemento que indique a coação a testemunhas ou a tentativa de fugir da aplicação da lei penal, se entenda presentes os requisitos para a decretação da prisão preventiva ao argumento de coibir atos futuros e incertos, cuja ocorrência se inferiu de investigações de atos passados”.

    O pedido de revogação da prisão foi enviado hoje à Justiça Federal em Marabá.

    Processo nº 6786-41.2014.4.01.3901

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  • 31/10/2014

    Professores indígenas pedem ao STF nulidade de decisão que impede demarcação de terras

    Cerca de 100 professores e professoras indígenas, de mais de 50 povos de todo o Brasil, protocolaram quarta-feira, dia 29 de outubro, durante o 2° Encontro Nacional sobre Educação Escolar Indígena, no Supremo Tribunal Federal em Brasília, a nulidade de recentes decisões da 2° Turma referente às terras indígenas de Porquinhos (MA), do povo Canela/Apãniekra, e da Terra Indígena Guyraroká, do povo Guarani-Kaiowá (MS).

    A demarcação da terra indígena Porquinhos deixou fora grande parte das suas terras tradicionais, como mostra um estudo de mais de quinze anos feito pela Fundação Nacional do Índio (Funai), iniciado em 2000. Os povos indígenas vêm questionar a posição do Supremo Tribunal Federal (STF). Essa decisão abrirá um precedente preocupante para as outras terras indígenas que estiverem numa situação parecida.

    Confira aqui a carta entregue ao STF

    O outro caso é em relação aos índios Guarani-Kaiowá, sendo atualmente a situação indígena mais grave do Brasil, por estarem limitados e confinados em pequenas reservas, na beira da estrada, em acampamentos improvisados, com falta de alimentação, de água, de saúde e de educação. 

    Atendendo a um mandado de segurança movido por um fazendeiro o STF anulou a portaria declaratória da Terra Indígena, Guyraroká, alegando que os indígenas não estavam mais na terra indígena há 70 anos, e que, portanto já não era mais uma terra tradicional.

    Para os Guarani-Kaiowá isso é uma avaliação errada da História, pois há relatos e documentários que denunciam a expulsão dos indígenas durante todo o século passado, sem nunca terem desistido de suas terras. E nessa luta vários indígenas foram assassinados.

    Em carta entregue ao STF, os professores indígenas afirmam: “Preocupa-nos o fato de os julgamentos desta Suprema Corte serem realizados sem que os povos indígenas fossem ouvidos, como preceitua o art. 231 e a Convenção 169 da OIT. Por essa razão há falhas nos julgamentos, como por exemplo, no entendimento de que na Terra Indígena Guyraroká, dos Guarani Kaiowá, não existiam índios há mais de 70 anos. Os índios que lá nasceram ainda estão vivos e podem contar as histórias, as violências que sofreram, os espancamentos, as expulsões e os assassinatos de muitos parentes, fatos ocorridos até o início da década de 1980, quando não tiveram mais condições de lá resistir. Esta parte de nossa história não pode ser enterrada com os corpos de índios que lá também estão enterrados. Pedimos que, nos julgamentos, não desconsiderem as história de violência praticada contra os povos indígenas de todas as regiões que, por motivo de sobrevivência se obrigaram a sair de suas terras tradicionais, mas permanecendo ali as memórias ancestrais de cada povo.”

    Nas palavras de Adelar Cupinski, assessor jurídico do Cimi, “este ato é uma manifestação dos povos indígenas reclamando suas terras, levando para os ministros a mensagem de que ninguém quer nada de ninguém, os povos indígenas querem o que é deles e que o governo indenize os fazendeiros, porque a Constituição não traz conflitos, ela garante muito claramente os direitos dos índios e também garante o direito de indenização para os fazendeiros. Então, que dê a cada um o seu direito”.

    Em Luziânia, Luciana Gaffrée

    31 de outubro de 2014

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  • 31/10/2014

    PGR recorre de decisão do STF que anulou demarcação de terra indígena em MS

    O procurador-geral da República, Rodrigo Janot, entrou com embargos de declaração com pedido de concessão de efeitos modificativos contra decisão da 2ª Turma do Supremo Tribunal Federal (STF), que em setembro invalidou a demarcação da Terra Indígena Guyraroká, em Mato Grosso do Sul. O Ministério Público Federal (MPF) aponta omissão e contradição no julgamento.

    A decisão do Supremo foi tomada com base no chamado marco temporal, ou seja, a anulação do processo de demarcação deu-se porque os indígenas não estariam no território na época da promulgação da Constituição de 1988. Foram aplicados ao caso os critérios adotados para a Terra Indígena Raposa Serra do Sol, em Roraima.

    No entendimento do MPF, porém, no julgamento deste caso não foram aplicadas todas as condicionantes definidas no julgamento para a demarcação de Raposa Serra do Sol. "A aplicação integral do que fixado naquela ocasião – obediência ao marco temporal com ressalva, dependente sem dúvida do exame do contexto histórico do grupo atingido – leva, invariavelmente, à conclusão pela inadequação da via eleita ou, mesmo, no caso concreto, pela denegação da segurança", destaca o recurso.

    Além disso, Janot sustenta que, como o Superior Tribunal de Justiça, que é o órgão de competência originária para o julgamento de mandado de segurança contra ato do ministro da Justiça, havia decidido apenas que não era possível tratar do tema em mandado de segurança, pela necessidade de produção de prova, o STF não poderia ter julgado o mérito do processo, devendo, se fosse o caso, alterar a decisão, para que o próprio STJ julgasse se havia, ou não, prova da alegada ausência dos indígenas da área demarcada. Para o MPF, portanto, os autos deveriam ser devolvidos ao STJ para apreciação do mérito da causa.

    Segundo o Ministério Público Federal, o STF também não considerou, na decisão de mérito, que os Guarani Kaiowá foram expulsos de suas terras, conforme relatório circunstanciado da Funai e demais estudos existentes sobre o grupo indígena. "Nos casos de expulsão forçada dos indígenas das terras que tradicionalmente ocupavam, há de ser relativizada a orientação quanto à referência temporal de 1988", explicou o PGR.

    O laudo da Funai esclarece que, mesmo em processo de expulsão de suas terras, os indígenas continuaram habitando a região, seja trabalhando em lavouras ou em atividades domésticas, o que lhes deu acesso aos locais de caça e colheita.

    Entenda o caso – Fazendeiro que ocupa a área pediu, no STJ, a impugnação da Portaria nº 3219, de 7 de outubro de 2009, do ministro da Justiça, que declarou a posse permanente do grupo indígena Guarani Kaiowá sobre a Terra Indígena Guyraroká, no Estado de Mato Grosso do Sul. A decisão do STJ foi a de que o assunto não poderia ser decidido em mandado de segurança, por haver necessidade de produção de provas, mas a decisão do STF alterou este entendimento e anulou a demarcação. Depois da decisão de setembro, mais de 40 lideranças indígenas acamparam em frente ao Supremo Tribunal Federal (STF) para protestar. Na ocasião foram recebidos pela 6ª Câmara de Coordenação e Revisão do MPF, responsável pela temática indígena.

    Confira a íntegra do recurso.

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  • 31/10/2014

    CPT divulga carta aberta para cobrar compromissos assumidos por Dilma Rousseff

    A Comissão Pastoral da Terra (CPT), reunida em Conselho Nacional, de 27 a 29 de outubro, elaborou uma carta aberta à presidente Dilma Rousseff, assinada pelo presidente da Pastoral, Dom Enemésio Lazzaris. O documento cobra a efetivação dos compromissos assumidos pela presidente durante a campanha e pede um governo renovado e “mais comprometido com as causas populares, que estavam na origem de seu partido”.

    A carta enfatiza a fraca dedicação do governo à reforma agrária, lembrando que “foi efetuado o menor número de desapropriações dos últimos 20 anos. Também não foi feita a retomada das áreas devolutas e da União que estão nas mãos de grileiros. Atribuímos isso à total falta de interesse político de seu governo em relação a este tema. São claramente privilegiados os interesses de grupos ruralistas que estão entre os principais que sempre comandaram e desmandaram sobre este país”.

    Outro ponto destacado no documento é a importância da educação “do e no campo”, para fortalecer a permanência das famílias nas áreas rurais e também a retomada da reforma agrária, projetando assim os índices da produção familiar, que já é responsável por 70% dos alimentos consumidos no Brasil. “Uma política de maior apoio aos camponeses e camponesas das várias categorias existentes no País, potencializará uma produção alimentar qualitativamente diferente, saudável e harmônica com os bens da terra”.

    Chama a atenção para o fato de, 26 anos depois do prazo estabelecido pela Constituição Federal de 1988, as terras indígenas não terem sido demarcadas “E o mais lamentável é que seu governo tenha determinado a suspensão da identificação das Terras Indígenas, propondo “mesas de conciliação”, que são uma forma de reduzir ou mesmo eliminar o direito à terra dos povos e comunidades” Lembra que 17 decretos de homologação aguardam apenas a assinatura da presidente, além dos processos engavetados na mesa do ministro da Justiça, José Eduardo Cardozo. “A isso se soma a tentativa de retirar da Funai a competência para a identificação e demarcação dos territórios indígenas, repassando-a a órgãos que pouco ou nada sabem da realidade e história indígenas. Com isso crescem os conflitos, carregados de violência, com aumento do número de assassinatos e que colocam os primeiros habitantes deste País numa situação de inferioridade, a perpetuar o massacre da época colonial”.

    O direito ao reconhecimento das terras dos quilombolas, expresso na CF/88 também não foi efetivado no governo Dilma “fazendo crescer o número de conflitos envolvendo estas comunidades. […] Os interesses do agronegócio – com suas monoculturas de soja, cana de açúcar, gado, eucalipto e outros –, o das mineradoras e a aposta em grandes projetos como o de construção de barragens e outras obras de energia, se sobrepõem aos direitos dos povos indígenas, das comunidades quilombolas, das comunidades de fundo e fecho de pasto, dos pescadores artesanais, dos faxinalenses, dos extrativistas e de outras comunidades tradicionais, e até de assentados e assentadas da reforma agrária, que são expulsos da terra com o consequente desenraizamento das famílias”.

    A carta lembra a assinatura, pela presidente, de Carta-Compromisso proposta pela Comissão Nacional para Erradicação do Trabalho Escravo (CONATRAE), para garantir a continuidade e a intensificação do combate ao trabalho escravo.

    “Senhora Presidenta, podemos esperar de sua parte uma atuação ativa para garantir aos povos dos campos, das águas e das florestas seus direitos constitucionais, sobretudo de acesso às terras e aos territórios que historicamente lhes pertencem e dos quais foram esbulhados? Ou vamos continuar assistindo a uma atuação de cunho colonialista, que vê nestes povos e comunidades simplesmente “entraves ao desenvolvimento”, ao “crescimento”?”

    Leia aqui a Carta na íntegra.

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  • 30/10/2014

    ” Educação é um direito, mas tem que ser do nosso jeito”, afirmam professores indígenas

    Com o lema “sem terra não há educação”, os professores indígenas fizeram uma manifestação e caminhada até o Palácio do Planalto para entregarem à presidenta Dilma um manifesto exigindo uma educação escolar indígena de qualidade, específica e diferenciada. Também buscam pressionar para que se respeitem e cumpram as obrigações impostas pela Constituição. Durante a caminhada, A Rel entrevistou o Flauberth Guajajara, professor do povo Guajajara, Terra Indígena Pindaré, Maranhão. Confira agora entrevista com o professor indígena, Flaubert Guajajara do Maranhão.

     

    Flauberth, o que você está sentindo neste momento?

     

    A sensação é de ação, de ir à luta, porque a nossa situação tem que melhorar. Estamos lutando porque não há interesse do governo de avançar com os nossos direitos. Não há uma atenção justa à questão indígena, que não é nada boa atualmente no Brasil.

    Aonde vocês irão agora?

     

    Nós estamos indo para o Planalto, protocolar um documento direcionado à presidência da República, referente à educação e também fazer a exigência das retomadas das demarcações e desintrusões das terras indígenas.

    A data de hoje tem a ver com a reeleição da presidenta Dilma?

     

    Pode ter e não ter exatamente. Tem, porque uma vez que a gente também possa ter apoiado a sua reeleição, é certo que a presidenta Dilma também se manifestou por meio de uma carta dizendo que nada na Constituição Federal seria mudado referente aos direitos dos povos indígenas. Então, estamos indo cobrar o que foi dito por ela. Cobrar e exigir não só a palavra dela, mas ações efetivas para que a Constituição seja cumprida.

    Como vocês analisam os primeiros quatro anos de governo da presidenta Dilma?

    Não houve quase nada de avanços, as mesas de diálogo não foram amplas, o governo resistiu em receber os povos indígenas. Nas poucas vezes que sentamos para dialogar, conseguimos fechar apenas algumas pautas de negociações, mas não adiantou em quase nada, porque essas negociações posteriormente foram descumpridas pelo próprio governo. 

    Saiba mais: Professores indígenas protestam em Brasília pela demarcação das terras e melhorias na educação

    Por que você acha que foram descumpridas?

     

    Acreditamos que foram descumpridas pela pressão do agronegócio, mas também por haver um enorme desinteresse do governo em consertar ou trabalhar a nossa situação. Não é pela pressão do agronegócio que o governo deve cruzar os braços e não fazer nada. Com ou sem pressão, o governo tem que dizer: “Eu sou governo, eu estou aqui e tenho que respeitar e cumprir as minhas obrigações impostas pela Constituição”. 

    E por que a questão da educação está tão vinculada à questão da terra?

     

    Porque sem terra não há educação. Além de lutarmos por garantir as nossas terras tradicionais, também queremos os nossos direitos para desenvolver uma educação específica e diferenciada. Porque esses direitos estão garantidos apenas no papel, na prática não conseguimos autonomia nenhuma.

    Qual é a sua formação como professor?

     

    Sou formado em pedagogia. Aliás, por sinal, a maioria dos indígenas que hoje têm uma formação, também a buscaram por si só. Porque não há um incentivo do governo em oferecer universidade para os povos indígenas, e acabamos tendo que buscar os recursos sozinhos, tirando do próprio bolso, como no meu caso.

    Qual é o teor do manifesto que vocês irão apresentar à presidenta Dilma hoje?

     

    O manifesto está principalmente focado na área da educação, onde a gente sugere e exige, ao mesmo tempo, um sistema próprio para a educação escolar indígena, no qual haja autonomia financeira, curricular, administrativa e política. Porque hoje o que o governo apresenta para a gente é um modelo de sistema que não serve para nós. Pois ele está totalmente construído para as escolas não-indígenas. E acaba sendo imposto para que as comunidades indígenas trabalhem dentro do mesmo sistema.  Isso para nós não pode ser válido, porque queremos ter o direito garantido e executado de trabalhar as nossas próprias culturas, idiomas e tradições dentro de nossas comunidades.

    Você tem mais alguma coisa a nos dizer?

     

    Eu quero dizer que a nossa luta não vai parar. Continuaremos lutando por uma educação, por uma saúde, pelo direito aos nossos territórios tradicionais, pela garantia de uma sobrevivência justa, sem conflitos. Porque não estamos lutando, nem buscando brigas e inimigos. Porém, iremos também reagir à medida que as agressões se tornem mais intensas, porque temos o direito de nos defendermos dos ataques e de nos manifestarmos. A educação é um direito, mas um direito que tem que ser exercido do nosso jeito. Estamos hoje aqui lutando por uma educação escolar indígena de qualidade, específica e diferenciada. 

    Em Brasília, Luciana Gaffrée

    29 de outubro de 2014

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